Uno spazio per menzionare le persone che ci sono sembrate importanti nella vita sociale, nell'artigianato e nelle professioni come dei luoghi nella storia.

29 giugno 2021

Centenario della nascita di padre Gianfranco Maria Chiti

a cura di *Matteo Impagnatiello

Quest’anno ricorre il centenario della nascita di un gigante della Storia, padre Gianfranco Maria Chiti, il generale arruolato da Dio. E’ la storia “speciale”, unica di un uomo che deve essere raccontata. Non solo. Merita di essere studiata.

Padre Chiti nacque il 6 maggio del 1921 a Gignese, un comune della provincia del Verbano-Cusio-Ossola, secondogenito di tre figli. Più tardi, quando dopo la mimetica indosserà il saio francescano dei cappuccini, il suo nome fu trascritto in Iohannes Franciscus. E san Francesco sarà il suo nume tutelare che lo accompagnerà per tutta la vita. Padre Chiti ricordava spesso che anche il giovane Francesco a 20 anni si era arruolato per combattere nella guerra di Assisi contro Perugia; infine, catturato e fatto prigioniero. E così anche Gianfranco Chiti, divenuto frate all’età di 57 anni nel 1978, fu fatto prigioniero a 24 anni e liberato il 20 dicembre del 1945.

padre Gianfranco Maria Chiti

Il parallelismo con il santo di Assisi riguarda anche il cambiamento di vita, dopo la parentesi militare. Per san Francesco, è stato determinante l’incontro con il lebbroso; per Gianfranco Chiti, è stato decisivo il processo di epurazione e l’attesa per la riassunzione nell’esercito, che portò a maturare in lui la decisione di far parte dell’Ordine sacro. La cultura del giovane Chiti è impregnata degli entusiasmi e delle delusioni della Prima Guerra Mondiale.

A quindici anni, e precisamente il 19 ottobre del 1936, Gianfranco è allievo ufficiale nella Scuola Militare di Milano. Si trasferisce il 30 ottobre presso la Scuola di Roma. L’incontro con il cappellano militare caratterizzerà la vita militare di Gianfranco: prova ne è la corrispondenza dai campi di internamento indirizzate a padre Edgardo Fei, suo cappellano nel periodo della Repubblica Sociale Italiana. Una volta conseguita la maturità scientifica, il 6 maggio 1938 si arruolò volontario.
Il primo novembre del 1939 è stato allievo ufficiale presso l’Accademia di Modena, da dove ne uscì con il grado di sottotenente il 29 aprile del 1941. Durante la Seconda Guerra Mondiale, fu inviato sui teatri di battaglia in Slovenia e in Croazia; poi sul fronte greco-albanese, dove fu ferito. Ancora, da volontario, in Russia con l’ottava Armata,  prese parte alla battaglia di Karkov e fu decorato con la Croce di Guerra al Valor Militare. E’ stato un suo costante impegno quello di riportare in Patria i commilitoni caduti sul fronte russo. Da sacerdote celebrerà in tutta Italia le Messe in loro memoria. La successiva scelta della Repubblica Sociale Italiana avvenne in un momento drammatico di sbandamento dell’Italia. “Riunisco attorno a me pochi volontari e con loro mi ritiro alla macchia onde non cedere le armi a nessuno e attendere il chiarirsi degli avvenimenti”, così allora il sottotenente Gianfranco Chiti. Dall’11 settembre 1943 al 1° dicembre 1943 ha vissuto alla macchia, per poi aderire all’esercito repubblicano. Il 24 giugno del 1948, comparve davanti alla Corte d’Assise. Queste le sue parole: “Affermo innanzitutto ancora una volta che solo la volontà di tutelare e difendere l’onore della Patria mi guidò nell’assumere la mia missione nel settembre del 1943. Oggi, nelle stesse condizioni, farei altrettanto. Dichiaro che la bandiera della Repubblica Sociale fu sempre e solo quella della Patria. Quelli che servirono sotto di essa non possono quindi in nessun modo essere considerati traditori, ma hanno fatto il loro dovere verso il Paese”. In merito alla situazione creatasi dopo l’8 settembre 1943, padre Gianfranco ebbe a dire: “Era una situazione di terribile emergenza. Da che parte era la Patria? Da che parte erano i giusti? E se mi chiedesse dove fosse Dio, io le so rispondere: Dio era  da una parte e dall’altra, chino su ogni morto, su ogni ferito”. Fu sorretto sempre dalla fede, anche quando, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, dovette subire la prigionia, dapprima nelle carceri di Torino, e successivamente nei campi d’internamento di Tombolo, Coltano e Laterina, da dove fu liberato il 20 dicembre 1945. In attesa di essere riammesso in servizio, insegnerà matematica e fisica presso il Collegio dei Padri Scolopi a Campi Salentina, negli anni scolastici 1946/48. Finalmente il 31 marzo 1948 venne assegnato al 1° Reggimento Granatieri di Sardegna, di stanza a Roma. Nel febbraio del 1950 fu inviato a Mogadiscio, dove non solo dimostra efficienza nello svolgimento degli incarichi assegnatigli, ma fornisce prova di quel rispetto e attenzione per la Fede e Cultura altrui. Ritornò in Italia e ricoprì vari incarichi tra cui quello di vicecomandante della Scuola Allievi Sottufficiali dell’Esercito, in Viterbo, nell’anno 1969. Nel maggio del 1970 fu promosso Colonnello. Il 7 maggio 1978 l’avanzamento a Generale di Brigata e collocato in ausiliaria per raggiunti limiti di età. Il 22 maggio del 1978 Gianfranco Chiti riceve il saio dell’Ordine dei Francescani Minori Cappuccini, in qualità di chierico. Il 1° novembre dell’anno successivo emise la professione temporanea dei voti religiosi ed aggiunse al suo nome quello di Maria, come la madre di Gesù: una presenza costante. Nel 1990, padre Gianfranco Maria Chiti fu incaricato di prendersi cura del convento di Orvieto, oramai ridotto ad un rudere: lo ricostruì trasformandolo in un luogo confortevole, di raccoglimento e di preghiera. Morì a 83 anni e la salma fu vestita con gli abiti militari sotto il saio. Nell’aprile del 2015, il vescovo di Orvieto ha emanato l’editto per l’inizio dell’inchiesta diocesana per la sua beatificazione e canonizzazione. Oggi si è in attesa che la Congregazione dei Santi esprima il suo parere al Papa, a cui spetta il giudizio sulle sue virtù cristiane e procedere eventualmente alla beatificazione e canonizzazione.

*Matteo Impagnatiello (componente del Comitato Scientifico di Unidolomiti)

02 Novembre 2021

Incontro-riflessione “La storia di Padre Chiti: da generale a frate cappuccino”, venerdì 5 novembre ore 17:30, a Parma

di Matteo Impagnatiello*

Nel pomeriggio di venerdì 5 novembre, alle 17:30, presso il teatro parrocchiale della Chiesa di Santa Maria del Rosario, in via Isola 18 a Parma, si terrà l’incontro-riflessione “La storia di Padre Chiti: da generale a frate cappuccino”.

All’evento, organizzato da Matteo Impagnatiello, del Comitato Scientifico di Unidolomiti, sarà presente il vescovo di Parma, monsignor Enrico Solmi e parteciperanno: Silvano Olmi, giornalista e saggista; Daniele Trabucco, docente universitario; Alessandro Stopponi, tenente colonnello della Scuola Sottufficiali dell’Esercito di Viterbo ed Angelo Polizzotto, presidente dell’Associazione Allievi di Padre Chiti.

Locandina evento

Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Padre Chiti e Parma, Capitale italiana della Cultura anche nel 2021, farà da cornice ideale per ricordare Padre Chiti, un gigante della Storia. E’ in corso la causa di beatificazione, aperta il 13 aprile del 2015. Durante l’incontro saranno ripercorse le varie tappe della sua intensa vita, che lo hanno visto scalare la gerarchia militare fino a raggiungere il grado di generale dei Granatieri, oltre che ricoprire incarichi militari di primo piano. “Poi, congedatosi nel 1978, scelse la vita monastica dell’Ordine dei Cappuccini.

E’ una storia che merita di essere raccontata, poiché accompagnata da azioni virtuose, in odor di santità” dichiara Matteo Impagnatiello, che modererà l’incontro. L’iniziativa è aperta a tutta la cittadinanza.
*Matteo Impagnatiello Membro Comitato Scientifico di Unidolomiti

11 aprile 2021

Michele Totaro, storia di uno chef garganico che ha girato il mondo

di di Giuseppe Piemontese*

Lo sviluppo di una città dipende dalla capacità, da parte delle istituzioni e della stessa comunità,  di saper valorizzare gli elementi che hanno lo spirito di intraprendenza e di competenza nei loro vari campi di attività, tale da creare quelle sinergie che danno origine allo sviluppo economico e culturale della stessa città. Tutto ciò presuppone che si creino le condizioni affinchè la gente non sia costretta ad abbandonare la propria città e quindi ad emigrare verso altri luoghi più favorevoli alla imprenditorialità e alla creazione di valori aggiunti, come l’innovazione e la capacità di rapportarsi al territorio. Non vi è sviluppo se il tutto non nasce da un rapporto simbiotico con il territorio, ma soprattutto con la comunità locale, che deve creare le condizioni affinchè ciò che è locale diventi globale e quindi universale.

lo Chef Totaro

Oggi purtroppo molti nostri giovani sono costretti ad allontanarsi dal proprio paese e cercare fortuna in altri luoghi e in altri paesi. Anche se in tutto questo vi sono delle eccezioni, come nel caso del nostro concittadino Michele Totaro, il quale ha fatto un processo all’incontrario, dal mondo in cui si è formato,

al ritorno nella sua città d’origine, Monte Sant’Angelo, creando così i presupposti per espletare la sua funzione di Chef in una delle nostre vie più caratteristiche, quale è Via Giuseppe Verdi, fondando un caratteristico Ristorante, con un arredamento molto bello, legato alle nostre radici storiche.
Un locale che si pone l’obiettivo di rappresentare la nostra cultura enogastronomica, facendo tesoro delle sue esperienze internazionali, ma ben legate alle sue radici e alla sua cultura garganica. Questo nuovo imprenditore  è il giovane Michele Totaro, originario di Monte San’Angelo, diventato un valente ed affermato Chef internazionale.  Diplomatosi, nel 1993, presso l’Istituto Alberghiero di Vieste, per poi perfezionarsi come Chef presso l’Antica Osteria  Romagnola di Bologna e passare, quindi, sotto l’alto magistero del noto Chef Internazionale Don Alfonso, trasferendosi successivamente  a Cortina  e quindi dall’Italia all’Estero,  a Macau, Shanghai, Hong Kong, Tokyo, Bangkok, Beverly Hills negli Usa, Los Angeles, Minnesota, per ritornare poi a Ho Chi Minh in Vietnam, e di nuovo in Cina a Xiamen,  Manila e St. Louis nel 2020 e infine in Italia. Un percorso di grandi tappe, che lo hanno visto come uno dei più affermati Chef del mondo e, nello stesso tempo, come Istruttore in diverse realtà enogastronomiche. In questo percorso Michel Totaro ha avuto come suoi collaboratori Chef importanti, fra cui, oltre a Don Alfonso, Pascal Barbot, Jacob Jan Boerma, Giles Goujon, Sean Suplice,  con citazioni sulle principali riviste enogastronomiche, come  Michelin Star. Oggi, con l’apertura del suo Ristorante Profumo. Osteria del Gargano, in Via Giuseppe Verdi n. 97, Michele Totaro vuole continuare la sua esperienza, dando un contributo qualificante, sul piano turistico, alla crescita della nostra città, con la sua esperienza di Chef e di imprenditore. Due qualifiche che stanno alla base di ogni Progetto di innovazione e di cultura, tale da creare le premesse, con il suo esempio, alla crescita della sua città che si avvale della qualifica di possedere ben sue Siti UNESCO, quello della presenza longobarda in terra garganica e quello della Foresta Umbra, con le sue vetuste faggete. A tutto ciò, manca, oggi, il riconoscimento di avere una grande tradizione  nel campo della enogastronomia, che affonda le sue radici nella cultura popolare del Gargano, ricca di tradizioni, arte, religiosità e storia millenaria. In questo senso la cucina di Michele Totaro, con la sua esperienza di leadership,  ne rappresenta l’essenza e il valore aggiunto.
*Società di Storia Patria per la Puglia

08 agosto 2021

Quattro passi nella memoria...

* di Pasquale Biscari

Dopo una mattinata sotto la luce accecante del solleone, il pomeriggio si annuncia afoso. Faccio fatica a respirare l'aria che dalla valle risale il colle; è densa, calda, copre il pendio della montagna e sembra sostenere da sola il volo di un falco con le ali spiegate nel vuoto. (Racconto)

Non ho che da restare a guardare un mare e una piana di ulivi meravigliosi, uno spettacolo della natura che mi sta davanti e mi affascina. Aspetto così il fresco salvifico del vespro prima di fare i miei quattro passi su e giù nella memoria lungo le stradine antiche del paese. È questa l'ora magica che amo, l'ora in cui vivo il miracolo del tempo. Mi piacciono i colori cangianti delle pietre, le lunghe scalinate, i muretti delle case. Rivivo gli anni passati; li sento ancora nel corpo e nell'anima insieme alla mia gente, quella di un tempo che, forse, non c'è più.

Le case dai tetti grigi rivestono per intero il pendio, sono schierate lungo le pieghe e i saliscendi del colle; case bianche, coi camini alti, solenni come statue greche. Hanno le porte chiuse da mesi. Porte segnate dallo Scirocco e dal Sinibbio nel lungo inverno e che, d'estate, si schiudono alla vita e si animano per incanto.

Percorro a passi lenti scalinate ripide rifatte in cemento, incontro i vagli, i crocicchi, i bassi dove si viveva in tanti e in poco spazio. Ecco, era lì il forno di Pasquale e lì la catasta di tronchi da spaccare a mani nude con ascia e zeppa. Più avanti sono i due bassi di Matteo il mugnaio; lo rivedo coi sacchi di farina già posati sul basto dell'asino. Pochi passi in salita, su per una stradina erta ed ecco la bottega di zi 'Ntunino il falegname. Nell'aria risuonavano rumori di pialla e colpi di martello dall'alba al tramonto. Nei vaglio lì vicino compare il sottoscala del calzolaio, poco più di un buco; sento ancora nell'aria rabbiose giaculatorie miste a odori di cuoio e trementina. In via Sant'Apollinare, passata la chiesina rustica di 'Nfernale, ecco la dimora barocca del pizzicagnolo che sovrasta quella misera di Michele, il facchino che portava a spalla i sacchi delle masserizie. Accanto alla vecchia bottega mal ridotta di mastro Nicola, fabbro di rara bravura, scopro un basso dagli intonaci ammalorati. È quasi un budello scavato nella roccia di via Processionale, stretto, buio, sembra l'antro di un oracolo e sul fondo guardo ciò che resta del lavoro ingegnoso dei funai. Il bancone, la ruota, il capo in legno coi rulli, i mazzuoli e i fili da torcere a corde sono lì ammassati in un angolo. Rivedo le sagome dei mastri lavoratori bestemmiare e arretrare come i gamberi; li osservo avanzare all'indietro col capo chino e le mani svelte a filare canapa e pezzi di iuta sfilacciato montati alla cintura. Dal ballatoio davanti l'ingresso di una casa arrivano voci; questa volta sembrano proprio vere e sono quelle di un brindisi augurale. Sotto gli ombrelloni ci sono uomini, donne e ragazzi intenti ai giochi. "Sì, sono loro - mi dico - è questa la casa del mio amico Pietrino... " Un ragazzo sveglio, forse fin troppo, direi un disperato sempre in vena di fare dispetti e versi sconci alle massaie. Ne è passato di tempo, ma non riesco a trattenermi, salgo di fretta le scale e col cuore in gola chiedo: " C'è Petrino ? Non lo vedo da anni... e il piccolo Tomasino è qui anche lui ? " Le due donne di casa mi guardano come avessero davanti un ectoplasma arrivato da un altro mondo. Pochi attimi per realizzare il senso della mia domanda e, dai loro occhi umidi capisco che già da tempo  non sono più...  Già, non sono più! Forse ho solo infastidito il loro ritrovarsi con un brindisi. Tutto sembra non essere più tra quelle viuzze solitarie, un presepe antico ormai in abbandono. La demenza e l'avidità degli uomini le hanno desertificate, hanno cancellato un mondo piccolo, ma vero, autentico; hanno intristito la incomparabile bellezza di un borgo che di uguali non ce n'e'. Neppure l'aria, il cielo, le pietre e gli odori di cucina sembrano quelli di una volta. Forse ciò che mi è apparso davanti agli occhi nel tardo pomeriggio di una calda estate è solo un miracolo, il vissuto congetturale di un miraggio che amo e che non voglio  mai più dimenticare.
* Da " Il miracolo di 'Nfernale" racconti. Diritti riservati 08/08/2021

 

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