Integrazione e medicina sociale e di comunità
Medicina di Comunità e delle Cure Primarie nella nostra società nei campi della diagnosi. In particolare nella Medicina Sociale si opera una valutazione dei bisogni di pazienti con disturbi psichici o disagio per la formulazione di piani assistenziali.

14 luglio 2021

Conferenza-dibattito: “E dopo la legge Basaglia?”

a cura di *Matteo Impagnatiello

Conferenza-dibattito “E dopo la legge Basaglia?” Sabato 17 luglio alle 10.30, a Parma

Sabato 17 luglio alle 10.30, a Parma, presso il teatro della Parrocchia di Santa Maria del Rosario sita in via Isola 18, si terrà la conferenza-dibattito “E dopo la legge Basaglia?”. Dopo 43 anni dall’approvazione della cosiddetta “legge Basaglia”, i relatori rivisiteranno la salute mentale e i Servizi territoriali psichiatrici.  All’iniziativa parteciperanno Lucio Dalbuono, saggista; Massimo Mauri, psichiatra e Francesca Mannucci, medico anestesista. L’evento sarà moderato da Matteo Impagnatiello, membro del Comitato Scientifico di Unidolomiti, che ha organizzato l’incontro.

Locandina Conferenza

«La legge 13 maggio 1978 numero 180, successivamente recepita dalla 833 del 1978 che istituisce il Servizio Sanitario Nazionale, vietava il ricovero obbligatorio e volontario negli ospedali psichiatrici. Dal 1978 al 1999 c’è stato in Italia un aspro confronto tra i familiari dei pazienti psichiatrici, gli operatori degli ex OP e la parte cosiddetta innovativa del “mondo basagliano”. Dopo questo percorso legislativo, sociale e sanitario, che ne è stato dei sofferenti psichiatrici?
Nell’ultimo periodo, nelle politiche sanitarie è prevalsa la visione liberista, mirante a privatizzare ampi settori della sanità pubblica. Durante gli ultimi due anni, le Istituzioni sanitarie sono state occupate principalmente a fronteggiare la pandemia causata dal coronavirus. L’esito disastroso di tale gestione è noto, come è noto l’abbandono dei pazienti psichiatrici residenziali e territoriali.

Nel corso di quest’ultima emergenza sanitaria, perché il mondo della salute mentale è stato dimenticato? Ne discuteremo con professionisti milanesi a Parma,  che nel suo recente passato ha avuto un ruolo importante nella storia della psichiatria con il “Basaglia emiliano” Mario Tommasini», così dichiara Matteo Impagnatiello.
La conferenza è aperta alla cittadinanza.
*Matteo Impagnatiello componente del Comitato Scientifico di Unidolomiti

21 luglio 2021

Il progetto di inserimento lavorativo-riabilitativo per persone con problemi psichiatrici

a cura di Matteo Notarangelo

Quando il Comune di Monte Sant'Angelo era aperto alle problematiche sociali. Le buone pratiche riabilitative attuate dall’équipe multidisciplinare del Centro Diurno 'Genoveffa de Troia' di Monte Sant’Angelo hanno aperto nuovi percorsi nell’ambito della salute mentale. "Chi soffre di disturbi mentali ha l’opportunità di avvalersi del 'diritto al lavoro', offuscato dalla diagnosi psichiatrica"

Pubblichiamo un articolo degli anni passati, per dare a Fabio l'idea di come si può attuare la pratica dell'inserimento lavorativo.
Parte il progetto di inserimento lavorativo-riabilitativo per persone con problemi psichiatrici elaborato dal Comune di Monte Sant'Angelo, dal Centro Diurno 'Genoveffa de Troia' e dal Centro di Salute Mentale di Manfredonia. Si tratta di un "progetto di inserimento lavorativo all’avanguardia. Un’azione sociale - dice Felice Scirpoli, assessore comunale alle Politiche Sociali - che rispecchia lo spirito solidaristico degli articoli 3 e 4 della Costituzione, i quali riconoscono a tutti i cittadini il diritto al lavoro e la conseguente promozione delle condizioni che rendono effettivo tale diritto e, in particolare, la rimozione di ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana".

da destra il terzo Dott. Grossi

Le buone pratiche riabilitative attuate dall’équipe multidisciplinare del Centro Diurno 'Genoveffa de Troia' di Monte Sant’Angelo hanno aperto nuovi percorsi nell’ambito della salute mentale. "Chi soffre di disturbi mentali ha l’opportunità di avvalersi del 'diritto al lavoro', offuscato dalla diagnosi psichiatrica".

Di conseguenza, il nuovo percorso socio-psico-riabilitativo ha permesso agli operatori del Centro Diurno ‘Genoveffa de Troia' di ideare una convenzione di tirocinio tra il Centro ed il Comune di Monte Sant’Angelo, per permettere l’inserimento lavorativo delle persone in recovery, affidati dai servizi psichiatrici.
“La stipula di una convenzione di tirocinio lavorativo - dichiara il sociologo Matteo Notarangelo, responsabile del Centro Diurno - consente l’accesso ad una ricchezza di risorse umane e finanziarie. Costruire le condizioni operative per la guarigione clinica, vuol dire considerare il 'malato' inserito nell’ambiente lavorativo reale per stimolare le sue abilità professionali regredite e le sue competenze relazionali, imprigionate dalla psicopatologia. Questo programma innovativo di inserimento lavorativo vuole affermare un modello della riabilitazione psicosociale, che si oppone alla dilatazione dei fattori regressivi, che determinano processi di solitudine e di isolamento delle persone con disturbi psichiatrici”. Pertanto, "l’équipe multi-professionale del Centro Diurno si impegna ad inserire i cittadini interessati nell’area lavorativa più idonea alle proprie condizioni psico-fisiche indicata nel progetto terapeutico personalizzato – aggiunge Notarangelo – . In questo modo, la persona può riemergere dalla malattia mentale. Un percorso che le consente di raggiungere una condizione di vita migliore, indipendentemente dalla gravità della sua patologia”.

23 luglio 2021

Verità e leggende sulla legge 180. Riceviamo e pubblichiamo un intervento di un familiare, anche se è distante dalla nostra visione

di Lucio Dal Buono

Sono uno dei pochi che ha visto e conosciuto la realtà psichiatrica sia pre che post 180. Quello che dico avrà quindi due aspetti: sarà documentabile, quando basato su documenti ufficiali, e sarà reale quando basato su quello che direttamente ho visto e vissuto. Lasciatemi procedere attraverso la demolizione di alcune idee correnti.

Di cosa parliamo
Premettiamo che non parliamo dei lutti e dei dolori anche gravissimi che la vita ci comporta e che possono durare per tutta la vita.  Parliamo di due gravissime e mortali malattie, note da quando l'umanita'  e' nata: depressioni e schizofrenie. Sono malattie che portano al 10% di suicidi, che, nel caso della schizofrenia, accorciano la vita mediamente di 10 anni.  Se non curata, prtano, nel giro di qualche decennio alla demenza o alla catatonia, attraverso dolori ed angoscie inimmaginabili.   La schizofrenia e' caratterizzata da due fenomeni: il delirio, cioe' vivere situazioni che non esistono (sono perseguitato dalla CIA) e l'allucinazione, cioe' vedere o sentire cosa che non ci sono (Dio mi ha detto di uccidere mia madre).  Attenzione: delirio e alucinazione sono per il malato assolutamente reali.  Un tempo questi malati passavano da una crisi, in cui perdevano coscienza di se', ad un altra. Fino a che diventavano dementi. Non vi era alcuna forma di cura. Poi  nel 1930 e' stato inventato il come insulinico, che dava risultati straordinari, anche se temporanei: il premio Nobel per la matematica Nash e' stato curato con la insulinoterapia. Nel 1938 l'eletroshock e nel 1950 sono comparsi i primi psicofarmaci.

Franco Basaglia e le sue assemblee

Per queste malattie si era sempre pensato ad una malattia cerebrale. Nel 1950 (gli psicofarmaci avevano gia' elimnato le crisi selvagge dei malati) , psicanalisti e filosofi affermarono che l malattia mentale era puramente psichica. Il cervello non c'entrava.

L'abbandono della scienza
Basaglia e' andato piu' in la' ed ha fondato la psichitria sociale:  la malattia mentale non esiste.  Sono disturbi psichici creati dalla Istituzione manicomiale. Una delle tre istituzioni della violenza: scuola, carcere , manicomio.  Da tale disturbo se ne esce inserendo il disturbato in adatte comunita' in cui non si senta piu' alienato e stigmatizzato dalla societa'.    Peccato che la malattia mentale si instauri sui bambini nati con sofferenza cerebrale. Si riscontri negli ammalati di paralisi infantile.  Si diano casi dovuti ad ictus od a lesioni cerebrali. E’ possiblie crearla artificialmente attraverso sostanze allucinogene.  Viene oggi curata con inibitori dei neurotrasmettitori.  E oggi vediamo le alterazioni cerebrali che ne sono la causa, tramite la RM e la RMF.
E comunque non è lecito ed è pericolosissimo sottrarsi alla scienza galileiana e cominciare a parlare di società, di famiglia, di colpa della mamma  e magari poi di malocchio e di influenza degli spiriti.  Ripiomberemmo nella superstizione, nei riti da sciamano, da guaritore. E questo hanno fatto gli psichiatri Basagliani.  Non avete notato che mentre qua e là, in campo medico , la ricerca italiana qualche cosa fa. (il S.Raffaele, l’Istituto dei Tumori), nel campo della psichiatria siamo allo zero assoluto?   L’unica cosa che fanno è il far vedere, dopo il solito orrido manicomio, un gruppo di malati di media gravità che mangiano insieme la pastasciutta. Gli hanno anche dato un nome: è  la psichiatria di comunità. Mai però che parlino dei risultati ottenuti, delle cure fatte, delle quantità, cadenze e modalità dei farmaci utilizzati. Delle percentuali di malati guariti, migliorati, peggiorati, dimessi. Viene confusa, in una maniera inaccettabile per dei laureati, la cura con il miglioramento del tenore di vita. Veronesi può senz’altro mettere insieme le malate di cancro al seno  e farle stare meglio e più allegre in un ambiente piacevole. Ma se non le sa curare bene, se i suoi chirurghi non sono bravi, se i chemioterapisti non sono adeguati, le poverette sono condannate.  In Italia la legge 180 non permette di usare in maniera scientifica ed adeguata gli psicofarmaci, ha eliminato totalmente le cure d’urto come l’elettroshock rd il coma insulinico, che pure non ha alcun effetto collaterale,  e basa la sua azione su dicerie e superstizioni senza alcun fondamento scientifico.
La demonizzazione della psichiatria pre 180.
Uno delle più ignobili azioni condotte da Basaglia è stata la demonizzazione degli psichiatri pre 180 e dell’Ospedale psichiatrico. Quello che è stato detto,  non è vero. Le orrende visioni di manicomi che costantemente la televisione ci propina quando ci parla di malattia mentale sono relativi o ad epoche remote, prima della riforma Mariotti del 1970 o addirittura a filmati di prima  della seconda guerra mondiale. Quando non si tratta del degrado che gli Ospedali hanno subito dopo la 180, quando i malati sono stati abbandonati e sono diventati i “residui manicomiali “. Certo la realtà sanitaria italiana è fatta da una parte dell’Istituto dei tumori e dall’altra dall’ospedale di Vibo Valentia. Ma  questi sono problemi penali, non strutturali. In realtà  gli ospedali psichiatrici lombardi, che io ho conosciuto,  erano strutture dignitose e ben condotte.   Dotate di personale mediamente umano e capace. Mio fratello ce ne parlava, dopo essere stato là ricoverato, come di “ una oasi di pace e serenità “ in confronto all’angoscia che uno schizofrenico provava nei confronti del tumulto della vita esterna.    In un mese, un mese e mezzo,  un malato veniva curato con efficacia e restituito alla vita civile.  Una  leggenda metropolitana dice che chi entrava lì non ne usciva più. Le statistiche ufficiali della Lombardia in mio possesso dicono invece che la degenza media era di 79 giorni nell’Ospedale pubblico e di 150 giorni per le strutture private, in genere riservate agli anziani. Del resto mio fratello si è suicidato perchè il Paolo Pini non lo ha voluto ricoverare durante una crisi.  Oggi, al contrario,  peraltro la permanenza nelle strutture è molto maggiore: il 60 % dei ricoverati sono nella struttura da più di un anno. Perchè? E’ molto semplice. Non vengono curati bene all’inizio, si cronicizzano e poi rimangono nelle strutture a vita. Inoltre, dato clamoroso, dopo la 180 I morti pr malattia mentale in Italia sono aumenati di 7 volte (dati OMS).
La legge 180 ha chiuso i manicomi?
Assolutamente no. I manicomi erano stati chiusi dalla legge del 1904 che aveva introdotto la malattia mentale nell’ambito della scienza moderna.  Sono stati riformati e resi aperti dalla legge Mariotti del 1970. I manicomi, intesi come luogo di degrado e di abbandono,  sono stati riaperti dalla 180 nell’orrore del repartino dell’Ospedale Generale, vera fossa dei serpenti, e nel chiuso della famiglia, dove il degrado del malato coinvolge spietatamente tutti i familiari.
Legge buona ma non applicata?
Ma quando mai! La 180 è una delle poche leggi italiane perfettamente applicate: dice due cose in negativo: chiude l’ospedale psichiatrico e permette il Trattamento Sanitario Obbligatorio solo nell’Ospedale Generale.  Da poi alle Regioni il compito di creare, come e quando vogliono, le strutture per la cura delle malattie mentali. E giustamente, le Regioni hanno fatto come hanno voluto. La 180 non ha alcun enunciato ideale, alcune norma di rispetto della dignità umana, alcuna regola di responsabilizzazione dei sanitari. Nulla di nulla.
La legge che tutto il mondo ci invidia ?
Nessun paese al mondo l’ha imitata. Dappertutto l’Ospedale psichiatrico specializzato, con nome cambiato, con assetto cambiato, ma sempre lui,  è rimasto il fulcro della cura.
E il buon esempio di Trieste?
La caratteristica della 180 è quella di permettere di curare i malatini, i quasi malati, i non malati ed i cronici: tutti quelli che compaiono nelle trasmissioni televisive. Non permette di curare i malati gravi. Tale norma vale anche per Trieste: i malati gravi e ricchi che se lo possono permettere, emigrano. Per gli altri rimando alla testimonianza di Comuzzi. E’ come se, nelle malattie respiratorie,  si curasse il raffreddore, ma non la broncopolmonite. La 180 è utile per il raffreddore delle malattie mentali.
Il centro del problema
Il centro del problema è rappresentato da quel 10-20% di malati gravi e giovani, che o rifiutano la cura o sono insensibili agli psicofarmaci.  Per questi non vi è speranza. La 180 chiudendo le strutture coatte specializzate ha condannato loro e le loro famiglie ad una esistenza disperata, se non alla morte. Si tratta di 50-60.000 malati. Ogni anno la 180 fa 200-300 morti tra queste persone.  Le uniche strutture curative sono, paradossalmente, gli Ospedali psichiatrici Giudiziari. Castiglione delle Stiviere è, in particolare, la dimostrazione di come dovrebbe essere un moderno ed efficiente luogo residenziale di cura psichiatrica. Per intenderci: piscina, campi da tennis, bar, oltre a scuole e centri di lavoro. Il tutto nel verde di un parco.
Ultima testimonianza
In Italia abbiamo anche la testimonianza di una valido psichiatra e di un grande scrittore: Tobino. Il direttore dell’Ospedale psichiatrico di Lucca. E Tobino  scriveva queste sue ultime parole, a proposito dei suoi malati uccisi dalla 180: “Addio, cari amici miei. In questi ultimi tempi non vi ho più saputo né proteggere, né vendicare. Sono rimasto solo. E da solo, non ne avevo più la forza”

24 luglio 2021

Trieste e l’eredità di Basaglia

di Federico Leoni, da Doppio Zero, 13 luglio

Trieste è sottosopra. La notizia è che il nuovo direttore della psichiatria triestina è figura destinata a segnare una netta discontinuità rispetto alla storia del luogo. Storia prestigiosa, legata alla presenza di Franco Basaglia, alle battaglie che lo avevano visto protagonista negli anni sessanta e settanta. Legata alla chiusura dei manicomi da lui fortemente propugnata e realizzata, e alla creazione di un modello di gestione della salute mentale modernissimo. A quarant’anni di distanza, viene giudicato da vari osservatori internazionali tra i migliori al mondo.

Il lungo addio
Trieste è sottosopra. La notizia è che il nuovo direttore della psichiatria triestina è figura destinata a segnare una netta discontinuità rispetto alla storia del luogo. Storia prestigiosa, legata alla presenza di Franco Basaglia, alle battaglie che lo avevano visto protagonista negli anni sessanta e settanta. Legata alla chiusura dei manicomi da lui fortemente propugnata e realizzata, e alla creazione di un modello di gestione della salute mentale modernissimo. A quarant’anni di distanza, viene giudicato da vari osservatori internazionali tra i migliori al mondo.
Storia prestigiosa ma a quanto pare in via di dismissione. È l’ultimo atto di un lungo addio. Il recente concorso per il rinnovo della direzione di uno dei servizi chiave della psichiatria triestina, a cui erano iscritti una decina di candidati, ha visto perdente, tra gli altri, uno psichiatra triestino cresciuto all’interno di quel modello e impegnato da trent’anni nella sua difesa e nel suo rinnovamento, Mario Colucci, una figura di clinico e di ricercatore di levatura indiscussa. E ha visto vincitore uno psichiatra, Pierfranco Trincas, legato a tutt’altro modello, quello oggi prevalente in ogni città italiana, europea, occidentale. Modello non basagliano ma farmacologico, probabilmente contenitivo, certamente riduzionistico. In altri termini: psicofarmaci a gogò; pazienti legati ai letti; riduzione di quella cosa complessa e sfuggente che chiamiamo follia, intreccio inestricabile di vicende singole e collettive, enigma pieno di senso anche se difficilmente districabile, a un puro e semplice guasto biochimico.

padre Gianfranco Maria Chiti

Scienza e politica
I giornali hanno giustamente insistito sulla disparità dei curricula in gioco. I titoli e le esperienze del triestino sarebbero superiori, in maniera schiacciante, rispetto a quelli del candidato risultato vincente. La decisione in altri termini sarebbe stata tutta politica.

Sarebbe cioè nata dalla volontà dell’Amministrazione di dismettere il modello basagliano e di introdurre un cambio di passo. Nonostante il dislivello delle candidature in gioco, e nonostante la resistenza dei servizi stessi. Nonostante la mobilitazione delle famiglie e delle associazioni, e nonostante il coro preoccupato degli specialisti e del mondo della cultura. Naturalmente, saranno le carte a dire se ci sono gli estremi per una revisione del concorso. Quello che colpisce, però, non è che il concorso sia stato gestito in maniera politica anziché scientifica, o in maniera tale che la politica abbia imposto un modello scientifico anziché un modello politico, come spesso si accusa di essere il modello basagliano, in materia di gestione della salute mentale. Colpisce che nessuno abbia osservato che un simile concorso sarebbe stato politico in ogni caso, e mai decisioni di questo genere sono puramente scientifiche. Non ha passato la vita, Franco Basaglia, a mostrare in ogni modo che le scienze stesse sono politiche, sono intrise di decisioni extrascientifiche, sono a volte legittimamente solidali con certe premesse filosofiche e culturali, a volte drammaticamente condizionate da retaggi ideologici e interessi economici? E che la loro eventuale apoliticità è semplicemente un’altra forma di politica, una dismissione della politica operata da una certa parte politica in nome della sua progettualità tutta politica? Davvero possiamo credere di difendere l’eredità basagliana con argomenti così ignari dell’abc dell’eredità basagliana?
Un esperimento mentale
Immaginiamo, per semplicità, che a quel concorso fossero iscritti due soli candidati, il triestino di cui abbiamo detto, e l’outsider che al momento risulta vincitore. Immaginiamo che i titoli dei due competitor fossero numericamente equivalenti, che le esperienze professionali fossero di uguale livello, che tutto risultasse perfettamente allineato. Immaginiamo in altri termini che a confrontarsi ci fosse l’esponente migliore della psichiatria di orientamento farmacologico e l’esponente migliore della psichiatria di orientamento basagliano.
Il problema a quel punto si rivelerebbe per quello che è. Mostrerebbe che il nodo sta tutto dalla parte della commissione giudicatrice, non dalla parte dei candidati. A parità di curriculum, vogliamo una psichiatria basagliana o una psichiatria farmacologica? Pensiamo che la follia sia un fatto antropologico o un difetto neurologico? Pensiamo che la follia sia un fatto individuale o una domanda che investe la città intera? E più in generale, pensiamo che la salute sia un bene individuale, e la malattia un problema biochimico individuale, o pensiamo che la salute sia un tema politico, e anche la gestione di un problema biochimico sia un tema politico?
La lunga stagione della pandemia dovrebbe averci riaperto gli occhi sulla lezione basagliana. Non serve pensare all’enigma della follia, per toccare con mano che ogni malattia e ogni trattamento clinico comporta decisioni politiche, valutazioni economiche, urgenze sociali, sensibilità culturali. Vacciniamo prima gli anziani, che sono più fragili, o chiudiamo in casa gli anziani e vacciniamo prima i lavoratori? Teniamo aperte le scuole, consentendo ai bambini di studiare e ai genitori di lavorare, o chiudiamo le scuole bloccando una fetta consistente del mondo del lavoro ma proteggendolo dal virus? Chiudiamo ogni attività pubblica non indispensabile, limitando al massimo le occasioni di contagio, o riapriamo quelle attività, rialzando i contagi ma abbassando l’intensità della catastrofe economica destinata ad abbattersi su chi si è ritrovato dall’oggi al domani senza lavoro?
La follia pone problemi diversi ma non meno intricati e non così dissimili. Una sua definizione è già un’impresa disperata. Una sua diagnosi è sempre difficile e controvertibile. Cinquant’anni fa si diagnosticava con enorme frequenza la schizofrenia, da vent’anni a questa parte si diagnostica con altrettanta frequenza la depressione. La popolazione era diventata massicciamente schizofrenica, e ora tende massicciamente alla depressione? O forse una società iperproduttivista induceva a stigmatizzare forme di vita isolate e improduttive, e ora una società iperconsumista spinge a individuare e correggere forme di vita incapaci di consumare e di adottare l’imperativo generalizzato a godere, godere, godere? Il suo trattamento è complicato, addirittura impossibile quando non tiene conto dei tanti livelli che esso dovrebbe convocare. Farmacologico, dato che nessuno nega l’utilità dei farmaci, certo non i basagliani. Psicoterapeutico, dato che i farmaci non bastano, come peraltro non bastano quando si tratta di curare una malattia oncologica o cardiologica, e non si sta parlando del fatto che qui serva anzitutto il chirurgo. Sociale, perché una rete di supporto alle famiglie dei pazienti si è sempre dimostrata essenziale, dato che la famiglia e la società soffrono insieme al paziente e forse soffrono del paziente, tanto quanto il paziente soffre insieme alla sua famiglia e alla sua società, e forse soffre della sua famiglia e della sua società.
Le famose Geisteswissenschaften
Certi vecchi dibattiti dicevano che la psichiatria è una disciplina di confine, in parte scienza umana, addirittura scienza dello spirito, Geisteswissenschaft, come dicevano Jaspers o Husserl o Binswanger, in parte scienza naturale. E aggiungevano che a differenza delle altre specialità mediche, il suo oggetto non ricade interamente nel campo della medicina, cioè in ultima analisi della biologia, e neppure interamente nel campo della filosofia, o della psicologia, o della sociologia.
Ma a ben vedere questa anomalia della psichiatria fa luce sulla medicina nel suo insieme, su tutta la serie delle specialità mediche. Anche le più apparentemente lontane da domande filosofiche. Perché ogni decisione sulla nostra salute risponde a una domanda sul senso che vogliamo dare alla nostra salute.
Tutta la medicina è un’anomalia, se consideriamo che da nessuna parte possiamo tracciare una linea di confine, e dire che fino a quella linea la medicina è la medicina, oltre si tratta di altro, cultura, società, storia, politica. Forse siamo noi a vedere un’anomalia dove non c’è. Vediamo un’anomalia perché pensiamo per dualismi, pensiamo che l’anima è l’anima e il corpo è il corpo, o, nella fattispecie, che la verità è la verità e gli usi che il mondo fa della verità è l’uso che il mondo fa della verità. Mentre la realtà non è dualista ma monista, come si direbbe in filosofia. E infatti tutto si ingarbuglia, non appena qualcuno fa notare che per cercare la verità servono i soldi, così come per decidere come usare i soldi serve, se non la verità, una sua convincente approssimazione. Le scienze della natura sono anche loro scienze dello spirito, cioè frutto dell’attività umana, del bisogno che la vita ha di vivere, del suo desiderio di vivere meglio. Lo diceva Husserl alla fine degli anni Trenta, lo ripeteva Basaglia negli anni Settanta, lo spiega Latour in questi anni. Ogni quarant’anni perdiamo la memoria, a quanto pare.
Individui o concatenamenti
Decidere, non per il candidato farmacologo, ma per il modello farmacologico, non significa decidere per una soluzione scientifica anziché politica, o decidere politicamente di far prevalere l’approccio scientifico su quello politicante, che è quel che si dice, non senza ragioni, che sia accaduto nel concorso in questione. Perché l’idea che la follia sia un fatto biochimico da curare coi soli strumenti della biochimica è un’idea essa stessa politica da parte a parte. Assume che esistano solo gli individui, che gli individui si ammalino per motivi in ultima analisi endogeni, e che la natura di quell’endogenicità sia quella di una biologia tutta privata, tutta richiusa su se stessa, tutta consegnata a causalità accuratamente circoscritte all’interno del singolo organismo.
In altri termini, il tratto distintivo di questo modello di gestione della salute mentale non è che è freddamente scientifico anziché umanamente comprensivo, oggettivo anziché politicamente appassionato. Il tratto distintivo di questo modello è che vuole essere biologico ma è improntato a una biologia vecchia di due secoli, e a un’ideologia politica guarda caso esattamente coeva, che ha nutrito quella stessa idea di biologia. Crede che esistano singoli organismi anziché complessi concatenamenti di viventi. Concatenamenti che si ammalano complessivamente e che possono essere curati solo complessivamente. Concatenamenti di organismi che includono le rispettive nicchie ambientali, dunque concatenamenti di nicchie ambientali la cui salute o malattia è a sua volta in gioco. Questa inerenza di ogni aspetto del vivente a ogni aspetto del vivente è il biologico stesso, ed è a questa inerenza che una scienza che si voglia scientifica deve tenere fede.
Sulla politicità delle scienze
La domanda a questo punto è molto semplice. Perché la psichiatria, quando vuole essere organicista, adotta questo genere di organicismo e non un altro? Perché la medicina, in generale, volendo essere organicista e dovendo essere organicista, adotta questo organicismo e non un altro?
Non certo per motivi scientifici. Non certo perché questo organicismo è più scientifico dell’altro. Ma perché questo organicismo fa sistema con tutta una serie di opzioni che riguardano la ricerca farmacologica, la sua economia specifica, il modo in cui i trattamenti farmacologici si concatenano con certi tempi e spazi di gestione dei ricoveri e delle degenze, e così via. Appena allarghi il campo, appena cerchi di mettere a fuoco la logica di un certo modello di cura, ecco che ti accorgi che non puoi fermarti alla singola pillola, al singolo letto d’ospedale, alla singola specialità ospedaliera. Tutta la città entra in scena prepotentemente. Tutta la nazione, tutta una rete internazionale o una rete di multinazionali, come sarebbe il caso di dire.
C’era sempre stata, in scena, questa ampiezza quasi inimmaginabile di concatenamenti. Solo che non lo sapevamo, o facevamo finta di non saperlo, o facevamo fatica a tenere insieme i pezzi del puzzle, tanto forte è la spinta a tenerli separati. Pensavamo che le scienze nascessero per immacolata concezione e prosperassero grazie alle virtù taumaturgiche di quella cosa chiamata verità. E invece scopriamo che nascono dalla città e per la città. Scopriamo che sono politiche da cima a fondo. E va bene così, intendiamoci. Serve denaro per cercare e forse per fabbricare la verità, e serve la verità per fabbricare denaro e prosperità. Ma allora il nostro problema cambia. Il dilemma non ha più questa forma: vogliamo una psichiatria politica oppure una psichiatria scientifica? E non ha neppure questa forma: vogliamo un concorso gestito politicamente, o un concorso gestito secondo criteri scientifici, oppure un concorso che garantisca scientificamente una psichiatria politicamente avvertita, o ancora un concorso che garantisca politicamente una psichiatria scientificamente inappuntabile? Dilemmi così formulati sono falsi dilemmi. Non si tratta di decidere tra la politica e le scienze. Si tratta di decidere quale politica delle scienze, quale politica della medicina, quale politica della salute, quale politica della città.
Aut aut
Ogni risposta a queste domande suppone una risposta preliminare a una domanda preliminare. Una domanda intorno alla vita. Intorno alla vita che vogliamo vivere, e che vogliamo vivere forse da soli o forse con gli altri, forse dando a quella solitudine o a quella comunanza certe forme, forse dando loro tutt’altre forme e prospettive.Basaglia aveva reso familiari a tutti, non solo agli psichiatri o ai pazienti o alle loro famiglie, ma a tutta la città, questo genere di domande. Quanta strada abbiamo fatto da allora, rigorosamente in retromarcia. In ogni campo la città delega se stessa ai vari specialismi, tutti denunciano la politica come se fosse ovviamente una cosa cattiva, tutti sperano di mettere gli specialismi nel luogo delle decisioni, come se gli specialismi fossero ovviamente una cosa buona.
Ma una volta avvistata questa domanda sulla vita, ecco che le politiche e le scienze smettono di contrapporsi, come la cosa buona e la cosa cattiva, a passano entrambe da uno stesso lato del dilemma. Certe politiche andranno subito insieme a certi paradigmi di scientificità. Certi altri modi di fare scienza andranno subito insieme a certi altri modi di pensare la vita individuale e collettiva. Quali politiche e dunque quali scienze vogliamo? Quali paradigmi politici e dunque quali paradigmi scientifici non vogliamo? Persino questa distinzione a un certo punto inizia a suonare astratta. Quelle due cose passano così decisamente da uno stesso lato del dilemma, che potremmo chiedere semplicemente: le nostre pratiche dell’umano e del non umano, la vita delle nostre città e la vita del pianeta che le ospita, che cosa vogliono, e come lo vogliono ottenere?
Questa domanda sulla vita che vogliamo vivere, e che in ultima analisi è una domanda sulla natura individuale o collettiva di quel fenomeno che chiamiamo vita, sulla sua natura anzitutto privata o anzitutto pubblica, anzitutto personale o anzitutto impersonale, anzitutto chiusa o anzitutto aperta, ha un nome antico e persino ovvio. Si chiama filosofia.

07 Settembre 2021

Una visione del mancato sviluppo del Mezzogiorno

di Donata dei Nobili

Dal Rapporto Svimez ( Sviluppo Industriale del Mezzogiorno) del 2019 emergono dati preoccupanti per la vita e l'economia delle popolazioni presenti e future del Mezzogiorno. Il numero delle famiglie con tutti i componenti in cerca di occupazione tra il 2010 e il 2018 è raddoppiato da 362 mila a 600 mila.

Ancora tutt’oggi,  persiste l’ emigrazione dei giovani del Sud verso le regioni del Nord.  Dal Rapporto Svimez ( Sviluppo Industriale del Mezzogiorno) del 2019 emergono dati preoccupanti per la vita e l'economia delle popolazioni presenti e future del Mezzogiorno. Il numero delle famiglie con tutti i componenti in cerca di occupazione tra il 2010 e il 2018 è raddoppiato da 362 mila a 600 mila. La Svimez descrive un Mezzogiorno con sacche di crescente emarginazione, degrado sociale e servizi pubblici deboli. Il Rapporto Svimez definisce, inoltre, preoccupante la crescita del lavoro a bassa retribuzione. Tali condizioni socio-economiche hanno fatto sì che negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 833 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni. Di queste persone, un quinto è laureato. Il Bollettino della Svimez è esplicito e parla di una vera e disastrosa fuga di cervelli dal Sud.

Fonte immagine: Fatto Quotidiano. Migrantes, nel 2018 oltre 128 mila italiani emigrati all'estero.

Questi sono dati che bruciano e dovrebbero interrogare tutti i membri delle classi dirigenti del Mezzogiorno. Sono dati, quelli pubblicati dalla Svimez, che mostrano le radici del dualisimo generazionale con una contrazione di 212 mila occupati nella fascia di età adulta 35-54 anni.

La fotografia statistica della Svimez dice che dall'inizio del 2000 oltre 2 milioni di cittadini meridionali hanno lasciato le loro città natie. Queste persone non sono anziani, ma giovani al di sotto di 35 anni. L'associazione Svimez prevede, ancora, che, nei prossimi 50 anni,  altri e 5,2 milioni di meridionali lasceranno la loro terra per andare a cercare lavoro nelle città del Nord o in quelle di altri Stati.
L'esodo taciuto
Il Sud si appresta a vivere un esodo di giovani catastrofico sia per l'economia del Mezzogiorno, sia per la negazione di un impedito sviluppo. Dalla Puglia, oltre 150 mila giovani sono già emigrati nelle regioni del Nord. Se questo è lo scenario della mobilità dei giovani meridionali, qual è la visione di sviluppo della classe dirigente delle regioni del Sud? Antonio Stragapede, con i suoi articoli giornalistici, raccolti nel suo libro, "Una visione di sviluppo" ne indica alcuni settori di potenziale crescita, anzi, "vitali per lo sviluppo economico dell'Italia e della Puglia". Per lui, la nuova economia non può prescindare dall' agro-alimentare, dal turismo, dalla formazione, dall' innovazione tecnologica, dalla ricerca, dall'energia sostenibile, dalla logistica, e dai trasporti. Nonostante le direttive di sviluppo indicate, il lavoro editoriale di Stragapede spinge il lettore a inoltrarsi in altre considerazioni storiche, politiche, sociali ed economiche.
L'Italia è un paese iniquo
Le tante osservazioni sui fenomeni migratori, che caratterizzano le regioni del Sud, scaturiscono dalle terribili proiezioni demografiche ed economiche specificate dal Rapporto Svimez 2019. I dati pubblicati dal Svimez sono catastrofici, preoccupanti e inducono i lettori a profonde riflessioni, che non possono  non essere politiche, storiche e economiche. Durante la lettura del libro, il pensiero riflessivo di ogni studioso meridionalista si sofferma agli studi di Nicola Zitara e, in particolare, a due opere "L'invenzione del Mezzogiorno" Una storia finanziaria" e "L'unità d'Italia: nascita di una colonia". Nicola Zitara con le sue pubblicazioni descrive e mostra l'origine degli svantaggi socio-economici della gente del Sud e le cause del mancato sviluppo del sistema produttivo del Mezzogiorno. Zitara scrive che i ritardi dello sviluppo socio-economico del Sud sono stati voluti, programmati e raggiunti dalla classe dirigente post unitaria, a iniziare dal 1860. "L'invenzione del Mezzogiorno" è la descrizione di come il potere economico post unitario ha espropriato, manu militari, il Sud, ossia il Regno delle Due Sicilie, delle sue banche, vale a dire del sistema creditizio dell'economia meridionale e, tra l'altro, del primo capitalismo italiano. Riconsiderando il Rapporto Svimez 2019, risulta evidente che la fuga di 2 milioni di giovani dal Sud è la conseguenza di politiche governative neocoloniali e che il Mezzogiorno è divenuto la colonia interna del Nord.
Neocolonialismo mentale
E' evidente: il Nord condiziona, tramite la classe politica meridionale, la vita del Sud. A dimostrarlo e a svelare quest'antica verità è la ripartizione dei Recovery Fund europei. Il neocolonialismo del Nord, imperante in questo tempo di neoliberisimo globalizzato, non verte sulla conquista di altre terre in altri stati, bensì sul controllo delle politiche economiche delle regioni del Sud, indotte a sostenere l'economia del Nord. La sudditanza della classe politica  meridionale alle politiche del Nord  ha reso il Sud un mercato interno. La colonizzazione del Mezzogiorno, praticata da oltre 160 anni, ha prima strutturato il benessere delle regioni del Nord su una popolazione colonizzata qual è quella del Sud, immiserita da una conquista militare e dal furto dei propri strumenti di credito, e poi colonizzato la mente dei meridionali con il mito e la superiorità del Nord. Sono queste le "ragioni" non dette che fanno vivere le popolazioni del Sud in una situazione di svantaggio, in una condizione di colonia funzionale allo sviluppo del Centro - Nord. Antiche e insopportabili ragioni che hanno fatto scrivere a Pino Aprile, "Tu non sai quanto è ingiusto questo Paese". Da questa narrazione di una storia iniqua, emerge, ancora una volta, il divario Nord-Sud, che resta un vecchio e vitale problema non risolto  dell' Italia del ventunesimo secolo.
* Docente, sociologa e counselor professionale

08 Settembre 2021

Presentazione del libro “Una visione di sviluppo” di Antonio Stragapede, giovedì 9 settembre 2021 ore 20:30.

di Matteo Impagnatiello*

Giovedì 9 settembre, alle ore 20:30, in diretta sulla pagina Facebook della casa editrice Secop, sarà presentato il libro “Una visione di sviluppo”, alla presenza dell’autore Antonio Stragapede.

L’evento, organizzato da Matteo Impagnatiello, membro del Comitato Scientifico di Unidolomiti, che modererà l’incontro, vedrà la partecipazione di Gian Piero Joime, docente universitario di Economia dell’ambiente e del territorio; di Francesco Carlesi, presidente dell’Istituto Stato e Partecipazione; di Matteo Notarangelo, coordinatore

Locandina evento

dell’Associazione Genoveffa de Troia di Monte Sant’Angelo; di Franco Biscari, presidente del circolo politico-culturale Area e di Nico Baratta, direttore della testata on line News Gargano. “Il libro offre spunti di discussione e confronto su varie tematiche e settori, aventi come denominatore comune lo sviluppo economico del territorio: l’agro-alimentare, il turismo, la formazione, l’innovazione tecnologica, la ricerca, l’energia sostenibile, la logistica e i trasporti. Sono settori importanti per l’Italia in generale e per il suo sud in particolare. Data la rilevanza degli argomenti, al tavolo dei relatori avremo esponenti dei vari ambiti della società civile, per avviare un confronto, troppo spesso negato dalle Istituzioni, a partire da quelle locali, in special modo in questo periodo pandemico.

Chi vorrà, inoltre, potrà collegarsi e porre domande e/o proprie considerazioni sui temi che saranno trattati”, dichiara Matteo Impagnatiello. La presentazione è patrocinata da Unidolomiti, dall’Università di Bellinzona, dall’Istituto Stato e Partecipazione e dall’Associazione Pensiero e Tradizione.
*Matteo Impagnatiello (membro del Comitato Scientifico di Unidolomiti)

11 Settembre 2021

Domenico di Iasio: Ineguaglianze e natura

di Giuseppe Piemontese*

Domenico Di Iasio, con il suo libro Ineguaglianze e Natura (Andrea Pacilli Editore, Manfredonia 2021), continua il suo percorso critico-filosofico della società contemporanea, con specifico riferimento all’età della globalizzazione e, quindi, ai tanti problemi che essa oggi ci presenta, specie dopo lo scoppio della pandemia da Covid-19, che ha messo in evidenza gli aspetti negativi della società contemporanea, puntando il dito soprattutto su due fenomeni oggi di grane attualità: il problema della disuguaglianza e il problema del cambiamento climatico, con specifico riferimento alla distruzione della Natura e, quindi, al problema riguardante il processo antropocentrico della civiltà dell’uomo.

Domenico Di Iasio, con il suo libro  Ineguaglianze e Natura (Andrea Pacilli Editore, Manfredonia 2021), continua il suo percorso critico-filosofico della società contemporanea, con specifico riferimento all’età della globalizzazione e, quindi, ai tanti problemi che essa oggi ci presenta, specie dopo lo scoppio della pandemia da Covid-19, che ha messo in evidenza gli aspetti  negativi della società contemporanea, puntando il dito soprattutto su due fenomeni oggi di grane attualità: il problema della disuguaglianza e il problema del cambiamento climatico, con specifico riferimento alla distruzione della Natura e, quindi, al problema riguardante il processo antropocentrico della civiltà dell’uomo. Due problemi che ritroviamo nella sua ultima opera e che, in un certo qual modo, fa da continuazione con gli altri suoi volumi, fra cui  Ripensare la povertà (2007), La virtù dell’altruismo (2015), Stupidità e Potere (2018). Apre il discorso sulla disuguaglianza l’esame del pensiero del filosofo francese Jacques Rousseau, il quale tiene a sottolineare che “se nella società civile insorgono ineguaglianze, di ricchezza o di stato sociale, queste discendono dall’arbitrio non già dal diritto naturale” (p. 18). Per poi far riferimento al pensiero economicistico di John Maynard Keynes, il quale afferma che “i difetti più evidenti della Società economica nella quale viviamo sono l’incapacità a provvedere la piena occupazione e la distribuzione arbitraria e iniqua delle ricchezze e dei redditi” (p. 21). Concetto ribadito anche da Thomas Piketty, il qual sostiene che “l’accumulazione del capitale comincia a volte con la rapina, e l’arbitrio del suo rendimento torna sovente a perpetuare il furto iniziale” (p. 23).  Tutto ciò purtroppo è il frutto o la conseguenza del pensiero neoliberista, che ha avuto come suo fondatore Friedrich A. Hayek  sulla scia del suo Maestro Ludwig von Mises, il quale nel 1973 affermò a chiare lettere che “non esistono principi generali di giustizia distributiva”, tanto da creare le premesse per far saltare il principio classico, di origine aristotelica, della giustizia sociale.

Prof. Domenico Di Iasio

Del resto è sotto gli occhi di tutti che nell’era della globalizzazione e, quindi, del neoliberismo, l’aumento della ricchezza globale non riduce la povertà come sarebbe naturale, ma la incrementa, riproponendo il tema della fame nel mondo. Purtroppo l’attuale pandemia da Covid-19 ha fatto aumentare il divario fra ricchi e poveri, fra continenti, fra gli stessi strati sociali, colpendo soprattutto gli anziani e i diseredati homeless, la popolazione più

debole ed esposta ai maggiori disagi esistenziali. In seguito l’Autore si sofferma su alcuni concetti politico-filosofici, come il significato di epochè a proposito di ricerca della verità e, quindi, del significato dell’esistenza, del ruolo della politica nei confronti delle future generazioni, del significato di cosmopolitismo e dell’ecumenismo, in una società multiculturale, in cui le varie etnie si incontrano, anche se differenti nei confronti delle varie religioni. Tanto da produrre poi le cosiddette “guerre di religioni”, nate non solo dal fanatismo, ma soprattutto dalla mancanza di inclusione. E infine le nuove contraddizioni del capitalismo o neoliberismo, che non riguardano più la lotta di classe, quanto la sostenibilità ambientale della crescita economica.   Siamo così nella seconda parte del libro, in cui Domenico Di Iasio pone la sua attenzione sul rapporto fra crescita economica  e Natura, sulla crisi ambientale e sullo sviluppo economico neocapitalistico, che, secondo l’Autore, si basa soprattutto sul consumo della Natura. Infatti, afferma D. Di Iasio: “Stiamo assistendo ad una continua, sembra ormai inarrestabile, opera di distruzione dell’assetto naturale delle cose così come lo abbiamo ricevuto dai nostri progenitori. La questione del cambiamento climatico (climate chainge), ne è una testimonianza schiacciante che molti governanti continua a negare o a far apparire naturali processi innaturali come la continua estrazione di combustibili fossili. Le altre fonti di energia (vento, sole, acqua, legno, geotermia, etc.) sono poco sfruttate perché evidentemente generano meno  profitti e richiedono investimenti importanti” (p. 12). Nuove contraddizioni che si manifestano soprattutto nelle varie discriminazioni di sviluppo del neocapitalismo e, quindi, della conoscenza, tale per esempio nella didattica a distanza in periodo di pandemia, tale da sacrificare la socialità e la formazione integrale dell’alunno. Per non parlare poi degli studenti disabili, per i quali la scuola ha totalmente fallito. In questo senso si può parlare di morte dell’umanesimo e, quindi, dell’uomo. Il comune denominatore che accumuna i nuovi capitalismi è il consumo di natura. “In nessuna parte del mondo, afferma Di Iasio, c’è stato sviluppo senza questo tipo di consumo, anche in Cina, sicchè la contraddizione tra crescita economica e ambiente, la prima delle due contraddizioni che abbiamo isolato, è di una tale gravità che dovrebbe spingere i governi a prendere decisioni serie per ridurre gli effetti disastrosi della crescita economica. Uno di questi effetti è l’inquinamento atmosferico e le emissioni di gas serra” (p. 73). A tale proposito vi sono diversi autori che propongono nuove forme di capitalismo. Fra questi Ugur Sahin e Ozlem Tureci, Muhammad Yunus, che propongono un capitalismo buono attraverso l’imprenditoria sociale e il microcredito. E ancora Mariana Mazzucato, attraverso lo Stato imprenditore; Alain Caillé, con la sua  Critica della ragione utilitaria, e infine l’etica del dono. Da tutto ciò nasce l’esigenza di avviare un processo di metamorfosi della natura, cioè “la trasformazione radicale del concetto di natura nella modernità attraverso gli strumenti della tecnica. Una trasformazione che ha determinato un atteggiamento diverso da parte dell’uomo, orientato meno alla contemplazione e al godimento della natura che alla sua utilizzazione, al suo sfruttamento” (p. 87).  Tutto ciò è il frutto del pensiero greco-romano, della concezione giudaico-cristiana, acquisito poi dalla modernità, che ha come fondamento il pensiero filosofico di Francesco Bacone, da cui nasce l’Illuminismo e, quindi, lo sviluppo industriale e infine il Capitalismo. Quindi dobbiamo ritornare ala Natura, intesa come “Ambiente di vita”, di cui Domenico Di Iasio è stato uno dei teorici, allorquando, insieme ad altri filosofi, ha affrontato il problema:  Filosofia e ambiente di vita (1995). Ambiente di vita come sinonimo di biodiversità, in cui hanno posto e quindi vita la totalità delle specie viventi in natura, sia animali che vegetali. Mentre assistiamo giorno dopo giorno alla distruzione di centinaie di specie animali nel mondo. “La natura, dunque, afferma Di Iasio, come corpo vivente complessivo, che rende possibile la vita anche al nostro corpo singolarmente considerato. La questione è che oggi la filosofia è radicalmente messa da parte e certe riflessioni, come questa spinoziana sulla natura, vengono anch’esse accantonate. Ma non è il momento di procedere in tal senso, afferma sempre Di Iasio, anzi è il momento storico di procedere esattamente nel senso contrario, facendo tesoro di molte riflessioni filosofiche sulla natura e sull’uomo che in essa vive” (p. 102).
 Oggi il neoliberismo è in  crisi e bisogna costruire, almeno idealmente, modelli alternativi di sviluppo, pensando alla salvezza del pianeta. Afferma Di Iasio: “Basterebbe “imitare la natura” per risolvere i problemi ambientali che ci attanagliano oggi. La natura è di per sé un sistema vivente, ce lo ha insegnato Spinoza. È come una persona e come tale andrebbe rispettata. Comprendere questa cosa, però, è tutt’altro che semplice. Si tratta di un’operazione concettuale che implica una rivoluzione autentica nel pensiero e nel modello globale di sviluppo economico, in un momento storico in cui il  deficit di pensiero è veramente dilagante” (p. 109). Bisogna ormai tendere verso lo sviluppo sostenibile, sconfiggendo così la stupidità dilagante del nostro sistema  economico basato sul carbone fossile e sul profitto ad ogni costo. In questo modo noi dobbiamo assecondare la natura, i suoi ritmi naturali, la sua biodiversità, la sua biomimesis, in altre parole la bioeconomia. Cioè il sole, il vento, l’acqua, il legname (Orazio la Marca). Tutto ciò porta a rivalutare e a considerare come elemento fondamentale per la vita dell’uomo il territorio e, quindi, lo sviluppo locale, che deve essere collegato, in stretta simbiosi, con lo sviluppo sostenibile. Sviluppo locale, inteso come rivalutazione dell’ecosistema collegato alla storia territoriale dei luoghi e quindi delle comunità. E ciò è in contrapposizione con lo sviluppo globale e, quindi, della globalizzazione in generale che tende ad annullare ogni riferimento identitario dei luoghi e delle sue comunità. In altre parole bisogna difendere le specificità territoriali, che con la globalizzazione hanno perso di importanza, creando spesso disoccupazione e disastri ingenti alla natura, In questo senso bisogna andare verso l’economia circolare, con l’intento di limitare i danni derivanti dall’uso dell’anidride carbonica in atmosfera. Tema oggi molto dibattuto che ci porta verso uno sviluppo più equo e sostenibile, con nuove fonti di energie pulite, come per esempio l’idrogeno. Quindi, uno sviluppo resiliente eco-creazione. Due categorie economiche che purtroppo sono state lasciate fuori dal pensiero neoliberista e che l’economista Mariana Mazzucato ha oggi ripreso per contrastare lo Stato padrone e liberista, in contrapposizione allo Stato sociale e al Welfare. Una resilienza che privilegia il sociale e, quindi, le comunità e i loro valori, fra cui una società efficiente e la lotta alle disuguaglianze e alla povertà, la crisi climatica e uno sviluppo equo a livello territoriale. Afferma Domenico Di Iasio: “È tempo di cambiare rotta e la metodologia è quella della concertazione tra le forze del mercato, i sindacati e il governo, che non svolge più la parte dello spettatore ma dell’imprenditore che guarda agli interessi della comunità” (p. 137). In questo senso bisogna passare dall’homo aeconomicus all’homo bioaeconomicus.  In questa dinamica del profitto ad ogni costo e, quindi, del considerare il ruolo dello Stato marginale rispetto allo sviluppo economico e sociale, assistiamo progressivamente al tramonto della civiltà occidentale dei suoi valori di progresso, di libertà, di democrazia, di giustizia sociale, di equa distribuzione della ricchezza. Valori che oggi sono in pericolo, rispetto ad una società globalizzata e, quindi, omologata solo a trarre quanto più è possibile profitti e ricchezze per pochi. E ciò contro ogni forma di inclusione, in nome dell’individualismo, di autoritarismo e di populismo. “È tempo, afferma Domenico Di Iasio, di un nuovo risveglio dell’Occidente. Occorre azionare la leva culturale, animare un grande dibattito politico-culturale, per rinvigorire i valori di fondo dell’Occidente, da quelli cristiani a quelli liberali, per rimettere al centro il valore supremo del bene comune, oscurato dall’ombra ideologica dell’individualismo neoliberistico” (p. 158), Occorre, in altre parole, reinventare “la buona politica”, capace, sottolinea Donatella Di Cesare, “di sostenere e alimentare il senso della comunità” per il bene comune.  Conclude D. Di Iasio: “La storia poi, contestualmente all’affermarsi delle teorie neoliberiste, è andata esattamente nella direzione contraria e il “principio di differenza” è saltato non perché, come principio di solidarietà, non sia giusto in sé, ma perché si sono progressivamente affermati, in Occidente in particolare, gruppi monopolistici e multinazionali che hanno portato avanti una logica spietata neocapitalistica a danno della società, sempre più lacerata e divisa, e della Natura, sempre più sfruttata e oltraggiata. Le ineguaglianze, anziché ridursi com’era nelle intenzioni di Rawls, sono drasticamente aumentate e “quelli che stanno meno bene” continuano a stare peggio, a tal punto che miliardi di persone nel Sud del mondo rischiano di non riuscire a vaccinarsi nemmeno nel 2021” (p. 164). Occorre, quindi, reinventare  l’uomo e il suo rapporto con la Natura, combattendo o limitando al massimo, le ineguaglianze e le ingiustizie sociali, culturali ed economiche. E per fare tutto ciò, c’è una sola strada: applicare, come afferma Jonas, l’etica della responsabilità, non solo  nei confronti della comunità, ma della Natura, che ci apre le braccia, ci accoglie nel suo seno e ci fa vivere.
*Società di Storia Patria per la Puglia

 

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