Impegno civile e giustizia sociale

 

03 luglio 2021

Mentre il pd sbandiera certezze, a Macchia di Monte Sant’Angelo (Foggia) continuano i roghi

a cura di *Matteo Impagnatiello

Nella giornata del 22 giugno, l’incendio propagatosi nella zona industriale di Macchia ha destato notevole allarme tra la popolazione di Manfredonia e Monte Sant’Angelo, preoccupata delle ricadute sulla propria salute e sulla salubrità del territorio circostante.

Il fuoco ha interessato il “materiale” depositato proprio in quell’area, che attende da tempo la bonifica, dopo il disastro dell’ex petrolchimico. E’ utile ricordare che l’impianto ex Anic, Enichem, poi Enichem Agricoltura spa ha cessato la produzione di caprolattame nel 1988 e quella dei fertilizzanti nel 1993: poco meno di trent’anni fa. La bonifica non è mai stata terminata.
Pochi giorni fa, e precisamente il 24 giugno u.s., dalle pagine de l’Attacco il sindaco di Monte Sant’Angelo informava che “ci sono numerosi capannoni e aree dismesse che fanno capo a società fallite o andate in liquidazione o con altre procedure affini, che presentano situazioni potenzialmente pericolose. Sono diventate ricettacolo di rifiuti, a volte tossici o comunque pericolosi, quindi vanno smaltiti con determinate procedure”. “Dovremmo usare i soldi del bilancio comunale”, aggiunge il sindaco.

Intervento dei Canadair a Macchia

Altra testata on line (Foggiatoday) riportava, il 27 giugno, le seguenti dichiarazioni del sindaco: “Nei diversi capannoni abbandonati, sarebbero stoccate tonnellate di rifiuti depositati anche illegalmente”.
Nel medesimo giorno, la Polizia Locale di Monte Sant’Angelo accompagnava il sindaco,

mentre “girava per le strade di Manfredonia”.
La Legge 7 marzo 1986 n.65, legge-quadro sull’ordinamento della polizia municipale, stabilisce i lineamenti fondamentali dell’assetto ordinamentale e organizzativo della polizia municipale. L’articolo 2 della Legge 65, così recita: “Il sindaco o l’assessore da lui delegato, nell’esercizio delle funzioni di cui al precedente articolo 1, impartisce le direttive, vigila sull’espletamento del servizio e adotta i provvedimenti previsti dalle leggi e dai regolamenti”. Dall’articolo 2 si evince che il sindaco riunisce in sé poteri di comando, di vigilanza e di direttiva vincolante. La polizia municipale esercita le funzioni di polizia stradale in virtù della Legge 65/86 e in base all’articolo 12 del codice della strada, nel territorio di competenza, al pari delle altre forze di polizia. E’ forse mancata la vigilanza del territorio con insufficienti posti di controllo stradale, nella piana di Macchia, al fine di verificare chi trasportava i materiali andati a fuoco anche un paio di giorni fa, e tenere monitorato cosa veniva trasportato? Tutti gli attori istituzionali, e quindi anche gli enti locali, devono concorrere alla tutela ambientale, diritto fondamentale dell’individuo e per l’interesse della collettività- come emerge dall’articolo 32 della Costituzione- i quali non possono essere assicurati se non con un’opera di tutela e di difesa dell’ambiente dai rischi di degradazione provocati dall’attività economica pubblica e privata. A onor di cronaca, vi sono stati pochissimi altri comunicati e/o dichiarazioni rilasciate da altri rappresentanti istituzionali degli enti locali. Tra questi, la presa di posizione di Paolo Campo, già sindaco di Manfredonia per due mandati (2000-2010). Ora Campo è consigliere regionale nonchè componente della Commissione regionale di studio e d'inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata in Puglia e presidente della V Commissione regionale (quella, per intenderci, che dovrebbe occuparsi di Ecologia, Tutela del Territorio e delle Risorse Naturali, Difesa del suolo, Risorse Naturali, Urbanistica, Lavori Pubblici, Trasporti, Edilizia Residenziale). Dalle colonne del giornale l’Attacco, ha affermato: “Attendiamo fiduciosi l’esito delle indagini della magistratura”. Non basta: dalle Istituzioni regionali si attende concretamente altro. Lo attendono il territorio e la comunità. Con gli allarmanti dati Istat che collocano la provincia di Foggia al primo posto in Italia per reati ambientali, è auspicabile un cambio di passo per porre fine allo scempio ambientale. Già in passato, non sono mancati incidenti ambientali sulla stessa area, per la presenza del petrolchimico. A metà luglio del 1972, l’allora stabilimento veniva invaso da una alluvione e non venne data informazione alcuna su potenziali fuoriuscite di sostanze chimiche. Il 26 settembre 1976 si verificò una fuga di arsenico. Il 3 agosto 1978, si diffuse una nube di ammoniaca. Il 22 settembre 1978, divampò un violento incendio nell’impianto per la produzione di fertilizzanti. Il 23 ottobre, ci fu una perdita di anidride solforica. Dal 1980 al 1988, venivano scaricati in mare sali sodici (certo, dietro concessione ministeriale). Il 17 maggio 1984 un incendio distrusse il magazzino di caprolattame. L’11 luglio 1986 una fitta nube gialla si diffondeva sull’abitato di Manfredonia: fuoriuscirono gas nitrosi dall’impianto caprolattame. Il 18 luglio 1988, da un serbatoio di stoccaggio dello stabilimento si disperse acido solforico. Infine, l’8 marzo del 1990 avvenne una fuga di ammoniaca durante le operazioni di carico di una nave cisterna. A dimostrazione che né la sicurezza né la vigilanza del territorio sbandierate dal partito democratico sono certe.
*Matteo Impagnatiello componente del Comitato scientifico di Unidolomiti

11 luglio 2021

Anticorruzione e referendum Giustizia

a cura di *Matteo Impagnatiello membro Comitato Scientifico Unidolomiti
Daniele Trabucco Costituzionalista
Augusto Sinagra docente presso La Sapienza di Roma

Dal primo luglio (e per novanta giorni a seguire) Lega e Radicali hanno promosso una raccolta firme per chiedere un referendum con sei quesiti riguardanti la Giustizia, peraltro in un contesto di riforma della stessa la cui approvazione della relativa legge potrebbe vanificare l’eventuale effetto abrogativo. Ai due partiti si sono aggiunti Forza Italia, Udc, Nuovo Psi, Psi e Unione Monarchica Italiana. Alcune di queste formazioni politiche -Lega e Forza Italia- sono parte organica della maggioranza parlamentare e dell’Esecutivo Draghi, non disdegnando così di mostrarsi con un doppio volto, di partito di governo e nel contempo di lotta

L’ultimo dei quesiti proposti, il numero 6, riguarda l’abrogazione della legge Severino, approvata in passato con i voti dell’allora Pdl, Udc e Lega Nord. L’obiettivo politico-referendario è quello di dare “più tutele per sindaci ed amministratori”, poiché la legge de qua prevede la sospensione e la decadenza automatica di sindaci e amministratori condannati anche in via non definitiva.  Ma si rischia di buttare il bambino con l’acqua sporca. La legge 6 novembre 2012, n. 190 ha recepito, infatti, l’esigenza di una normativa apposita per la prevenzione e repressione della corruzione. E sono tante le misure contemplate nella norma, certamente perfezionabile.

referendum Giustizia

Tra le principali, ricordiamo la creazione dell’Autorità Nazionale Anticorruzione; la tutela della figura del whistleblower, cioè il dipendente pubblico che denuncia condotte illecite occorse durante l’orario di lavoro; l’obbligo di rotazione dei dirigenti preposti

agli uffici dove vi è un potenziale e maggior rischio di corruzione è dettata una disciplina più stringente delle incompatibilità e incarichi che possono essere affidati a pubblici dipendenti.
Il fenomeno corruttivo si è affermato lungo tutta la storia italiana, tanto da diventare un elemento costitutivo e fisiologico. Se l’Italia è l’ottava potenza mondiale in termini di Prodotto interno lordo (Pil), essa si piazza al 52° posto nella graduatoria mondiale sulla corruzione.
Dal 2016 al 2019, secondo l’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione), sono stati ravvisati 152 episodi di corruzione; un caso a settimana, per un totale di 117 arresti. Nell’anno appena trascorso, la situazione non è migliorata. Anzi. L’Italia si piazza, rispetto all’anno scorso, retrocedendo di una posizione. Per la prima volta dal 2012, il Paese non segna un risultato positivo nella classifica degli Stati meno corrotti, che vede svettare gli stessi Paesi del 2019, cioè Danimarca e Nuova Zelanda.
 La pandemia da Coronavirus e la pesante crisi economica che ne è seguita hanno influito sull’indice di percezione della corruzione nell’ambito pubblico. Non è azzardato considerare che la crescente dipendenza del settore economico-privato dalla domanda pubblica di beni e servizi induca a percepire la corruzione in termini più ampi. Una cosa è certa: dato il contesto sociale e sanitario italiano, il tema dell’anticorruzione non ha più il posto in prima fila che aveva negli anni precedenti e che aveva trovato nella legge Severino una sua codificazione.
Nel mese di luglio è previsto l’arrivo di una prima parte delle risorse economiche del Recovery Fund (il 13%, corrispondente a più di 25 miliardi), il fondo europeo per arginare e superare la crisi aggravata dalla pandemia e che sosterrà la ripresa.
Per il rilancio economico italiano sono stati stanziati complessivamente 191,5 miliardi di euro. Considerata l’importante cifra- che sarà utilizzata secondo le previsioni del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza- è necessario irrobustire l’anticorruzione, piuttosto che spazzare via gli strumenti giuridici contenuti nella legge Severino. Le disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione vanno, semmai, affinate. In questo momento storico, caratterizzato da sconfortanti parametri economici, spendere correttamente il denaro pubblico diventa un imperativo categorico. Un’Italia migliore- e finalmente liberata dalla endemica corruzione- da consegnare alle nuove generazioni, è possibile.
*Matteo Impagnatiello membro Comitato Scientifico Unidolomiti
Daniele Trabucco Costituzionalista
Augusto Sinagra docente presso La Sapienza di Roma

16 luglio 2021

Il Manifesto, un amore lungo cinquanta anni

di Luca Paroldo Boni

Un lungo affetto che nasce nel 1986 quando mi iscrissi alla facoltà di filosofia a Roma. Mi incontrai con il Manifesto e non l'ho più lasciato.

1986 , Mi iscrivo alla facoltà di filosofia a Roma , lettore , da provinciale catapultato nella capitale, della bella edizione romana del Corriere della Sera . Un giorno casualmente mi imbatto ne Il Manifesto , non lo lasciai più. Questo giornale fronteggiava con un linguaggio complesso la mia inclinazione burocratico-partitica che coabitava con lo spontaneismo politico e con un gusto estetico attraversato da una pretesa di ordine. Mi aiutò al contempo ad individuare la mia identità di comunista critico con venature libertarie che all’epoca non riuscivo a definire con chiarezza. E’ certo che il corpo sociale è sempre infinitamente più ricco di energie di quanto la politica non possa esprimere, ma per usarle deve produrre una mobilitazione e una strumentazione adeguate all’impresa.

padre Gianfranco Maria Chiti

A tal proposito Il Manifesto si è sempre configurato non solo come mezzo di comunicazione ma anche come punto di riferimento di una linea politica e di un progetto per farlo vivere collettivamente o trarne almeno un agire simile. Un luogo non solo di confronto ma anche di orientamento. Giornale di formazione e occhio instancabile su ciò che di nuovo possa emergere nella nostra società : fermenti culturali, movimenti di opinione, riconoscimento di nuovi diritti, lotte per l’ambiente, la tutela dei beni comuni , per il lavoro, lo studio.

Un giornale davvero libero che incrementa la libertà dei lettori aiutandoli ad orientarsi nel marasma del secondo novecento e dell’inizio millenio. Un giornale che descrive il reale stato delle cose e che sa interpretarlo . Il lavoro intellettuale come argine delle emozioni e delle cadute ideologiche, l’amore per la complessità e non la semplificazione. La complessità che non si scioglie in una opinione ma cerca una visione che tutto tiene insieme. La capacità d’intreccio nelle lotte, la necessità di unire le lotta dei movimenti ecologisti e femministi a quella operaia al fine di evitare l’isolamento gli uni dagli altri ma anche per garantire una salto di qualità della classe operaia oltre lo statalismo l’economicismo per costruire un nuovo tipo di socialismo. Unire le lotte per rovesciare il modello che crea e alimenta disuguaglianze sociali, di genere, territoriali e di distruzione del pianeta. Scegliere non per obbedienza ma comprendendo i fatti. Una voce elitaria, raffinata , indipendente , espressione della migliore cultura borghese, legata ai fatti più ancora che quello che avrebbe voluto che fossero i fatti . Uno strumento di battaglia e conoscenza . Capire per fare ,sapere per poter cambiare, cioè giornale e progetto politico uniti in una idea del mondo e del paese. La capacità di individuare la dimensione politica dei fatti, l’intelligenza degli avvenimenti anche verso l’effimero del quotidiano, traendone una traduzione e una lettura generale.La giornata non è la giornata del governo se non nella sua connessione con la giornata personale-politica del lettore. Il giornale prende la parola sulla realtà per farne un disegno comprensibile e una mappa per l’agire con l’ambizione di darla quella parola a che ne ha troppo poca , ai diseredati del linguaggio politico aiutandoli ad essere soggetti parlanti in coro o di persona. Mai piegato alle convenienze della contingenza storico-politica e all’ortodossia , lascito di una fondazione avvenuta sulla base della non fedeltà a una linea che lo ha in modo naturale sempre collocato dalla parte del torto. Mai distratto sulle diseguaglianze con l’incessante impegno di denunciarle e contrastarle evidenziando le disparità nel nostro paese e nel contesto internazionale, dando la voce a chi sta ai margini. Si sente parlare speso di diseguaglianze ma questo è un concetto che indica una differenza astratta; in realtà le disuguaglianze sono ingiustizie in cui risuonano la carne ferita, la vita offesa. Alla base di ogni diseguaglianza c’è sempre una ingiustizia, una differenza non solo quantitativa ma qualitativa. Le vite di serie b sono così ingiuste da essere non solo retrocesse ma dimenticate, quando non oppresse o soppresse. Penso ai migranti , ai poveri, alle minoranze, ai diversi. Come se parlare di diritti fosse una cosa datata, come se un certo grado di ingiustizia sociale sia la condizione necessaria del cosiddetto sviluppo, parola ambigua, funzionale al mantenimento del sistema. Un giornale comunista nel senso della accezione marxiana di radicale, dello scavare in profondità fino alla radice delle cose. Un fiero pensiero critico migliore di qualunque immaginaria coerenza ideologica. La parola comunista è stata fraintesa e infangata. Non significa un regime e meno che mai un regine soffocante delle libertà ma l’esatto contrario. E’ un modo di pensare il mondo e il rapporto tra le persone e tra gli uomini e donne, oggi ancora dominati dalla prevaricazione , tra i valori di un mondo moribondo e quelli di uno che stenta a (ri)nascere. Ma i padroni del mondo hanno ancora tanto potere e tante armi per uccidere e dominare i cervelli. Il manifesto fu uno degli artefici della frantumazione di tutte le rigidità ideologiche del mondo bipolare mettendo in crisi il conservatorismo delle classi dominanti sia dell’occidente che del blocco sovietico che da noi prese il nome di contestazione e al di là della cortina di ferro di dissenso. Fu osteggiato dall’una e dall’altra parte, persino in casa , penso al Partito Comunista Italiano ; sapere che qualcuno che formula determinate critiche e osservazioni o proposte ha sostanzialmente ragione ma bisogna comunque dargli torto. E’ sempre stato pericoloso avere ragione specialmente in anticipo. In definitiva è rimasto l’unico quotidiano ad esprimere quella tendenza di sinistra che vuole mantenere aperta la critica al modello economico dominante, ricercare proposte per una alternativa tentare , non riuscendovi , di salvare la sinistra dalla negazione di se stessa. Il dramma attuale è che quella che si chiamò sinistra ha in grande misura rinunciato al suo essere, (che è la critica della realtà sociale) per ottenere un posto a tavola. (e di questo banchetto ne muore ) ; il Manifesto invece continua a vivere perché a questa rinuncia non ha ceduto rimanendo il punto di riferimento per tutti coloro che sanno di essere di sinistra mentre la sinistra si sgretola e si smarrisce decennio dopo decennio. Forse meglio sarebbe cominciare ad andare a cercare la sinistra anche dove ancora non sa di esserlo, tra gli impoveriti, i delusi, gli esodati, i risentiti, gli accigliati Non so quante attività avrebbero resistito con una cronica esilità strutturale , i ricavi sempre insufficienti, gli stipendi a singhiozzo, i sussidi sempre più ridotti. La cosa che tenuto in piedi Il Manifesto è una alchimia intellettuale che ha a fare con la tensione ideale, il rigore intellettuale e la sua funzione politica legata alle originarie ragioni fondative. Questo giornale non ce l’avrebbe mai fatta ad andare avanti per così lungo tempo se fosse stato un solo e semplice quotidiano.

26 luglio 2021

In arrivo un film sulla mafia garganica

di Donato Troiano

Da alcuni giorni per le strade del nostro paese circola la notizia di un film sulla mafia garganica, le cui scene dovrebbero essere girate in molte località del Gargano a partire dal prossimo mese di settembre. Il film si ispirerebbe alle pagine di un romanzo, pubblicato due anni fa, dal titolo “Ti mangio il cuore”.

Il regista Mezzapesa avrebbe chiamato a ricoprire il ruolo della protagonista la cantante Elodie, che sarà alla sua prima esperienza cinematografica. Un film sulla mafia garganica di per sé non ci preoccupa, né ci impensierisce, ma ci impone di fare qualche seria riflessione, che spero diventi  terreno di confronto tra le più significative energie culturali del Promontorio del Gargano. Innanzitutto, ci troveremo di fronte a un “film d’autore” o a uno dei tanti prodotti dell’industria culturale di massa?

Locandina

Un “film d’autore”, sorretto da un’adeguata impostazione culturale e da una profonda conoscenza del fenomeno della criminalità organizzata garganica e foggiana, aiuterebbe le popolazioni del Gargano e dell’Italia intera a comprenderne le radici storiche, sociali e culturali, a scandagliare il rapporto tra i soggetti criminali e il resto delle popolazioni locali, evitando di mettere in campo in maniera semplicistica la categoria abusata dell’omertà.
E soprattutto un “film d’autore” suggerirebbe, ove ce ne fosse bisogno, a tutti noi e ai rappresentanti delle istituzioni le strategie capaci di prosciugare il terreno di coltura delle adesioni delle giovani generazioni al sistema criminale.

Purtroppo, ho l’impressione che ci sarà regalato un ennesimo prodotto della industria culturale di massa, di fronte al quale lo spettatore si rivela conformista per eccellenza, talmente assuefatto a consumare sempre lo stesso prodotto da non avvedersene per cui la sua partecipazione si fa meccanica e passiva.
Una pellicola di tal fatta comporta per l’intero Gargano e le sue popolazioni almeno tre rischi: il primo, che si verifichi, anche al di là di ogni scelta deliberata dal regista, la identificazione tra le popolazioni garganiche e i rispettivi clan criminali; il secondo, che l’impostazione cinematografica susciti in certe fasce giovanili un certo moto di emulazione, così come si è verificato in occasione di film o serie televisive analoghe; il terzo, che dalla cruda trama del film scaturisca con sorprendente naturalezza la immutabilità di certi fenomeni e sistemi criminali, per cui lo spettatore si attesti sull’assoluto “così è”.
Siccome il Gargano e le sue popolazioni non sono la “loro criminalità”, ma molto di diverso e di più (bellezza e cultura) è necessario che questi rischi vengano tempestivamente scongiurati. A tale scopo mi appare opportuno e necessario che il mondo della cultura e delle istituzioni scenda immediatamente in campo prima che abbiano inizio le riprese cinematografiche, non per ostacolarle o addirittura impedirle, quanto per esigere che il tema della criminalità organizzata del Gargano sia trattato con la dovuta “profondità culturale”, anche con iniziative parallele di spessore scientifico, al fine di evitare che sullo scenario nazionale e internazionale non appaia l’asserzione GARGANO=MAFIA, che tanti danni potrebbe provocare a tutti e per un tempo molto lungo.

28 luglio 2021

È dovere del sindaco di garantire una serena movida notturna

*(Fonte: Schieramento Civico “La Rinascita Possibile”)

Il disturbo della quiete pubblica si verifica quando l’inquinamento acustico è così intenso da provocare un fastidio non indifferente. La situazione degenera quando i rumori molesti si concentrano negli orari che sono generalmente destinati al riposto delle persone. Il disturbo della quiete pubblica si verifica quando, in orari prestabiliti da regolamenti di diverso tipo, si è disturbati da suoni talmente fastidiosi da poter anche provocare danni alla salute psico-fisica delle persone. Per legge è vietato creare rumori che superino la soglia di tollerabilità in determinati orari.

Durante l’estate le città turistiche del Sud, e ovviamente anche Monte Sant’Angelo, si ripopolano. Rientrano gli studenti universitari, ritornano alcuni nuclei familiari che anni fa sono emigrati verso il Nord Italia o l’Europa, giungono numerosi turisti per trascorrere qui da noi le loro vacanze. La mattina si recano al mare, sulle spiagge del Gargano o nei boschi a fare trekking; la sera si fermano sulla montagna.
Soprattutto i giovani, legittimamente in cerca di svago e di divertimento, escono da casa, dagli alberghi e dai B&B a tarda ora e si concentrano nella parte alta e nel Centro storico della nostra meravigliosa città.

Trascorrono molte ore nei ristoranti, nei bar e nei pub, disperdendosi poi tra le strade dello Junno fino alle prime luci dell’alba. Naturalmente, anche da noi la movida notturna si presenta con una certa vivacità, che deve essere gestita con intelligenza, garantendo il diritto collettivo allo svago e al divertimento.

Tale diritto è il risultato della necessaria mediazione di tre diritti individuali:
- il diritto dei giovani e dei turisti a divertirsi;
- il diritto degli operatori economici a offrire servizi;
- il diritto dei residenti del Centro storico, per lo più anziani, ad un sereno riposo notturno.
Ora, a chi spetta il compito di mediare tra questi tre diritti individuali?
Senza dubbio alcuno all’Amministrazione Comunale e in primo luogo al Sindaco, che ha emanato un’apposita ordinanza, la verifica della cui osservanza compete al Corpo dei Vigili Urbani. Tutto ciò, però, non accade perché, a differenza di altri paesi turistici, da noi il servizio degli agenti della Polizia Municipale termina alle ore 22.00, quando cioè sta per cominciare la movida notturna.
Che senso ha, allora, assumere i Vigili estivi, se non vengono impiegati per garantire sicurezza ai turisti e ai giovani e una certa tranquillità ai residenti del Centro storico durante le ore notturne?
Lo Schieramento Civico “La Rinascita Possibile” invita, pertanto, il Sindaco e il Comandante dei Vigili Urbani a predisporre il servizio fino alle prime luci dell’alba.
Solo così si potranno garantire i diritti di tutti coloro che sono coinvolti nella movida notturna, evitando gravi episodi e pericolose contrapposizioni.
*(Fonte: Schieramento Civico “La Rinascita Possibile”)
Questo che segue è un commento della Redazione

Ogni Comune deve elaborare il proprio “Regolamento per la disciplina delle attività rumorose”. Al suo interno, vengono stabilite le fasce orarie durante le quali deve essere mantenuto il silenzio, che in genere sono: dal 1° giugno al 30 settembre, dalle ore 12:00 alle ore 15:30, dalle ore 22:00 alle ore 24:00, dalle ore 00:00 alle ore 8:00;
nel resto dell’anno, dal 1° ottobre al 31 maggio, invece, dalle ore 12:00 alle ore 15:00, dalle ore 22:00 alle ore 24:00, dalle ore 00:00 alle ore 8:00; nei giorni festivi, gli orari indicativi da rispettare sono dalle ore 12.00 alle ore 15.30, dalle ore 19.00 alle ore 24.00, dalle ore 00.00 alle ore 9:00.
Per quanto riguarda i rumori provocati da servizi pubblici e commerciali, come bar, locali, ristoranti, sono i proprietari dei locali che devono fare in modo che i clienti non provochino rumori o schiamazzi eccessivi.
Devono stare attenti anche ai suoni creati da strumenti musicali, elettronici, radio, televisione e così via, che non devono superare i 3,5 decibel. In caso contrario, potrebbero rischiare una sanzione di tipo penale.

05 agosto 2021

Abolite il numero chiuso nelle Università

di Matteo Impagnatiello*

Settembre è alle porte e, come se nulla fosse accaduto, è giunto il tempo dei test di ammissione alle facoltà medico-scientifiche universitarie. La crisi sanitaria da covid 19 ha ribadito il valore universale della salute, la sua rilevanza pubblica e l’importanza macro-economica dei servizi sanitari pubblici. La stessa pandemia ha fatto emergere gli aspetti critici che rendono sofferente il Servizio Sanitario Nazionale e la mancanza di medici ed infermieri. Tanto accade in un'Italia dove i parlamentari sonnecchiano.

Settembre è alle porte e, come se nulla fosse accaduto, è giunto il tempo dei test di ammissione alle facoltà medico-scientifiche universitarie. La crisi sanitaria da covid 19 ha ribadito il valore universale della salute, la sua rilevanza pubblica e l’importanza macro-economica dei servizi sanitari pubblici. La stessa pandemia ha fatto emergere gli aspetti critici che rendono sofferente il Servizio Sanitario Nazionale e la mancanza di medici ed infermieri.

Ed è stata proprio la carenza di medici ed infermieri che ha spinto le diverse Regioni a fare richiesta di personale medico-sanitario-infermieristico a Stati esteri.
Il paradosso è che, pur mancando i camici bianchi, il numero chiuso continua a “regolare” l’ingresso ai corsi di laurea nelle facoltà medico-scientifiche.

Nonostante la persistenza della crisi pandemica, il Parlamento sonnecchia o, magari, tende ad occuparsi di altro. L’emergenza che si trovano a dover affrontare le strutture sanitarie italiane per la pandemia in corso è sempre più grave. La virulenza del coronavirus è andata ad abbattersi sulle carenze strutturali della nostra sanità: l’insufficienza cronica di medici ed infermieri, lo smantellamento della medicina territoriale, l’imbuto formativo rappresentato dalle borse di studio insufficienti per nuovi medici specialisti. Non sono solo i medici a mancare. Altre importanti figure professionali di cui si è avvertito il forte sottodimensionamento sono gli infermieri, anche loro ingabbiati nel numero chiuso: nel lockdown sono stati aumentati di migliaia di unità, ma in gran parte con modalità di assunzione che hanno pregiudicato il risultato finale. All’inerzia legislativa che abolisca il numero chiuso, si aggiunge l’ulteriore percentuale di personale sanitario sospeso, poiché non ottemperante all’obbligo vaccinale ex decreto-legge 1 aprile 2021 numero 44. Coloro che fino a ieri erano considerati angeli, salvatori della Patria, oggi rischiano la sospensione dall’esercizio della professione medico-sanitaria, con conseguente potenziale rischio di svuotamento dei reparti ospedalieri. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza prevede investimenti che potranno essere realizzati con la considerevole cifra di circa 248 miliardi di euro. Alla voce “Salute” lo stanziamento è di 18,5 miliardi, “con l’obiettivo di rafforzare la prevenzione e i servizi sanitari sul territorio, modernizzare e digitalizzare il sistema sanitario e garantire equità di accesso alle cure”, tramite la diffusione della telemedicina, anche domiciliare. E’ evidente la necessità di innovare l’organizzazione del Servizio Sanitario Nazionale, fornendo servizi adeguati sul territorio. Questa missione deve tenere in conto l’ineludibile incremento di personale e, pertanto, l’urgente abolizione del numero chiuso.
*Matteo Impagnatiello membro Comitato Scientifico Unidolomiti

25 Settembre 2021

Salvaguardiamo la piana di Macchia

di Giuseppe Piemontese

La paura di compromettere il nostro ecosistema ambientale nasce dalla volontà politica di istituire e far nascere nella Piana di Macchia alcuni impianti di raccolta e di lavorazione non solo della plastica, ma anche di sostanze radioattive provenienti da altre parte d’Italia. E questo grazie alla compiacenza dei nostri politici, fra cui i sindaci di Monte Sant’Angelo e di Manfredonia.

La Piana di Macchia
Il Gargano presenta una varietà di paesaggi, con una perfetta simbiosi fra il mondo vegetale e il mondo animale, misto a una presenza non trascurabile riguardante le bellezze naturali della costa marina, con il suo mondo che si riflette nelle acque del Mare Adriatico, come parte integrante del Mar Mediterraneo. Quindi, un ecosistema complesso che Madre Natura ha voluto farci dono, e di cui il Gargano ne è l’espressione più alta e variegata. Purtroppo una parte importante di esso nel tempo è stata compromessa, allorquando negli anni Sessanta, nella Piana di Macchia, fra Manfredonia, Mattinata e Monte Sant’Angelo,  si è voluto creare, grazie alla compiacenza dei nostri politici, un grande complesso industriale, quale è stato il complesso industriale dell’ANIC prima e dell’ENICHEM dopo, altamente inquinante e contro natura. Oggi si vuole fare lo stesso sbaglio, attraverso la creazione di nuovi impianti industriali per la raccolta della plastica e la sua trasformazione: un processo che, secondo noi, è altamente inquinante, ma soprattutto compromette l’ecosistema dell’intera Piana di Macchia.

La piana di Macchia

Una zona che non può assolutamente recepire alcuna raccolta di sostanze inquinanti, né rifiuti provenienti da altre parti d’Italia e del Mondo, attraverso l’attuale porto che comprenderebbe approdi da tutte le nazioni che si affacciano sulle sponde del Mare Mediterraneo. Ne va di messo la nostra salute, ma soprattutto la salvaguardia di un patrimonio agro-turistico, quale è, o dovrebbe essere, la

vocazione del nostro Gargano e soprattutto della fascia costiera di Manfredonia fino a Vieste, passando attraverso la Piana di Macchia. Una zona che purtroppo ancora non trova la sua vera vocazione e, quindi, la sua vera possibilità di essere valorizzata per quella che si merita.
Incendio dell’impianto di plastica nel Comune di Lodi
Questa paura di compromettere il nostro ecosistema ambientale nasce dalla volontà politica di istituire e far nascere nella Piana di Macchia alcuni impianti di raccolta e di lavorazione non solo della plastica, ma anche di sostanze radioattive provenienti da altre parte d’Italia. E questo grazie alla compiacenza dei nostri politici, fra cui i sindaci di Monte Sant’Angelo e di Manfredonia. Infatti, tali Comuni hanno dato il loro parere favorevole alla nascita di alcuni poli industriali lungo la fascia costiera della Piana di Macchia, e anche all’interno, verso le zone pedemontane, il tutto favorito dalla presenza del Porto Alti Fondali di Manfredonia. Tutto questo rientra nella logica di creare un grande polo industriale, che si occupi prevalentemente di raccolta e di riciclo di sostanze tossiche, quali potrebbero essere la raccolta di oggetti di plastica e una loro possibile riutilizzazione a scopo industriale e commerciale. Non è accettabile che oggi l’attuale Porto Alti Fondali di Manfredonia-Monte Sant’Angelo diventi il luogo della lavorazione di milioni di tonnellate di scarti di sostanze tossiche e pericolose. Del resto è a tutti noto che là dove esiste un luogo di raccolta di rifiuti speciali, per forza di cosa deve esistere un termovalorizzatore per bruciare tali rifiuti, prevalentemente tossici e spesso non riciclabili. Inoltre è risaputo che là dove esistono tali strutture industriali è presente anche la criminalità
Incendio dello stabilimento plastica del Comune di Palo del Colle
organizzata, che spesso produce ricatti e conseguenzialmente atti di ritorsioni, con azioni che arrivono anche a incendiare le stesse sostanze. Del resto abbiamo diversi esempi di incendi dolosi, là dove sono ubicatiti tali impianti, come per esempio è successo presso un impianto di smaltimento rifiuti di plastica a Lodi: quattro incendi in due mesi. Così come ci sono stati diversi incendi di plastica nei Comuni di Cremona, a Pavia, a Caivano in Campania,  a Palo del Colle, vicino a Bitonto, a Biella, a Squillace, in provincia di Catanzaro, nei comuni di Andria, Pomezia, Anzio e Nettuno e così via, con danni enormi all’ambiente e alla salute della gente di residenza.
Incendio in un'azienda di smaltimento rifiuti a Biella
A questo punto ci chiediamo: I Comuni di Monte Sant’Angelo, di Manfredonia e di Mattinata, attraverso i loro rappresentanti, sono favorevoli a tale impianto? Oppure fanno finta di non sapere, a danno certamente della Piana di Macchia, dell’ambiente circostante e  soprattutto della popolazione locale. Purtroppo la popolazione ancora ufficialmente non sa nulla; né è cosciente e quindi consapevole del pericolo che sta per abbattersi sull’intera zona della Piana di Macchia, con gravi conseguenze di ordine ambientale e sanitario,  specie in un periodo, oggi, di grave pandemia, come quella che stiamo
Incendio divampato nell’impianto di riciclaggio plastica nel Comune di Squillace (CZ)
attraversando. È mai possibile che il passato non sia oggi di monito per l’avvenire. Un passato da cui ancora oggi ne subiamo le conseguenze, derivanti dalla incompleta bonifica dell’ex stabilimento dell’ENICHEM, che per ben 20 anni ha seminato morte e inquinamento ambientale. Questo tipo di impianto altamente inquinante, con presenza di sostanze tossiche come la plastica, è una bomba ecologica, con un grave danno ambientale ed economico, con ricadute sull’intero sistema produttivo della zona. È tempo ormai che la popolazione tutta prenda coscienza e conoscenza di quanto avviene alle sue spalle e che la politica non sia un elemento di morte, ma di vita.
*Società di Storia Patria

04 Ottobre 2021

La questione territoriale fra Monte Salt'Angelo e Manfredonia

di Giuseppe Piemontese*

La Piana di Macchia dovrebbe rappresentare il futuro agro-turistico di Monte Sant’Angelo, nonché la zona residenziale per la presenza di villaggi turistici. Purtroppo tutto ciò è ancora da venire, in quanto ci sono pochi investimenti, con evidenti conflittualità di chi vorrebbe lasciare l’intera fascia costiera così come è, senza alcun intervento dell’uomo.

La Piana di Macchia
Anche perchè, in questi ultimi decenni, la Piana di Macchia ha subìto, forse in maniera selvaggia, negli anni Settanta, un processo industriale deleterio, con l’insediamento di industrie pesanti, come quella dell’Enichem, senza alcun riguardo per l’ambiente. Ciò ha provocato, con la sua chiusura, una grave crisi occupazionale dell’intera zona. E oggi, non contento del passato, si parla di nuovi insediamenti industriali riguardanti la raccolta e la rigenerazione della plastica e di altre sostanze inquinanti. Dall’altra parte, fino a qualche anno fa abbiamo assistito all’insediamento di piccole industrie, sorte nell’ambito del “Contratto d’Area” riguardante i  comuni di Manfredonia, Monte Sant’Angelo e Mattinata.

La piana di Macchia vista da Monte

Ma tutto ciò non ha risolto il problema dell’occupazione. Anzi, da un punto di vista socio-economico, l’ha aggravato, in quanto non vi sono stati altri investimenti in settori che oggi si ritengono fondamentali, come quello del turismo e dell’innovazione.
Tuttavia vogliamo approfondire tale questione, anche alla luce di problematiche che oggi interessano direttamente la qualità della vita delle popolazioni che vi vivono,

ai confini della Piana di Macchia-Manfredonia, Monte Sant’Angelo e Mattinata.
Ma prima di affrontare tale questione, vogliamo soffermare la nostra attenzione  sull’assegnazione della Piana di Macchia al Comune di Monte Sant’Angelo, il cui problema oggi ritorna in riferimento alla gestione di alcune strutture e impianti industriali che si vogliono sviluppare, fra cui lo stesso Porto Alti Fondali. Del resto sappiamo che tale questione, riguardante i confini fra i due Comuni, si presentò subito dopo lo sviluppo industriale della zona e quindi la nascita dell’Enichem in territorio di Monte Sant’Angelo, però ai confini di Manfredonia, tanto che ciò determinò la nascita di vari problemi riguardati l’inquinamento che colpiva principalmente la città sipontina e, quindi, metteva in gioco la salute e la qualità della vita delle popolazioni confinanti. Questione che chiamava in causa direttamente anche la rideterminazione dei confini  fra i due comuni, tanto da interessare direttamente l’intervento degli storici locali. Da parte nostra possiamo affermare che  la controversia disputa sulla definizione degli ambiti territoriali,  per la verità si protraeva  da più  di due secoli, senza che alcun elemento nuovo venisse a suffragare la tesi del Comune di Manfredonia per una revisione dei confini. L’oggetto del contendere, tuttavia, non era tanto una ridefinizione territoriale dei due comuni, quanto la gestione di una parte della Piana di Macchia, i cui ambiti giurisdizionali e istituzionali ricadono nel Comune di Monte Sant’Angelo. Vediamone, tuttavia, i termini storici e giuridici. La conquista normanna (sec. XI) aveva cancellato gran parte dei precedenti ordinamenti giuridici ed ecclesiastici, emanati da Ludovico II (871) ed Ottone I (967) a favore della diocesi di Siponto, legata a quella di Monte Sant’Angelo per via del Santuario micaelico. Lo stesso conte Enrico (1078-1101), infatti, autonomamente, al di fuori della giurisdizione sipontina, aveva creato un suo feudo o Comitatus, il cui dominio si estendeva, negli ultimi anni dell’XI secolo, da Lucera a Fiorentino, a Vaccarizza, a Siponto, per risalire, lungo la costa del Gargano, da Vieste a Rodi, a Cagnano, per scendere, infine, nell’interno del Promontorio a S. Nicandro e a Rignano.
Area industriale dell’ex ENICHEM.
In seguito il feudo di Monte Sant’Angelo, sotto gli Svevi e gli Angioini, diventerà l’Honor Sancti Michaelis, e costituirà integralmente un bene dotale a pannaggio delle regine e principi angioini e aragonesi. Così si legge nel testamento di Federico II “Concedimus etiam eidem civitatem Montis Sancti Angeli, cum toto honore suo omnibus civitatibus, castris et villis, terris, pertinentiis et iustitiis et rationibus eidem honori pertinentibus, scilicet que de damanio in demanio et que de servitio in servitium”.
A dare poi una consistenza giurisdizionale al feudo di Monte Sant’Angelo interverranno le susseguenti appartenenze del territorio alla Corona o al Demanio, nonché le ripetute donazioni allo Scandeberg (1464), al di Sangro (1487) e al Gran Capitano Consalvo di Cordova (1497). Tutto ciò in piena epoca cinquecentesca. E proprio in quest’epoca all’Università di Monte Sant’Angelo appartenevano due estesi territori, chiusi agli usi civici, ovvero “difese” , quella di Vota e quella di Casiglia, con una superficie complessiva di oltre 5.000 ettari. Il territorio di Casiglia comprendeva l’attuale Piana di Macchia, che andava dal Vallone di Varcaro a quello di Pulsano. Il possesso di Vota non è stato mai contestato al Comune, mentre quello di Casiglia, pur rivendicato dall’Università, in lite col barone, fin dal 1580, fu oggetto di contesa con il feudatario, ma fu assegnato definitivamente al Comune  con l’eversione della feudalità. Nel 1552 il feudo di Monte Sant’Angelo fu acquistato dal principe Geronimo Grimaldi. Lo strumento fu rogato dal notaio Marco Andrea Schioppa, “le cui scritture si conservano dal notaio Giuseppe Palma”, al quale dovettero pervenire dall’archivio notarile del notaio Di Bergolis, che li possedeva alla fine del ‘700, secondo una notizia dello storico sipontino Matteo Spinelli. Il Grimaldi, per lo sfruttamento dell’intero territorio, dovette sostenere diverse vertenze giudiziarie, sia contro l’Università stessa di Monte Sant’Angelo, che contro il barone, i comuni confinanti, la Mensa Arcivescovile e gli altri enti religiosi. La materia del contendere è contenuta in diversi volumi conservati nella Biblioteca comunale, in cui sono riportatati tutti i verbali giudiziari delle liti tra il Comune di  Monte Sant’Angelo e quello di Manfredonia, tra i Grimaldi e il Comune di Monte Sant’Angelo, fra i Grimaldi e la Mensa Arcivescovile, tra i Grimaldi e i privati cittadini di Monte Sant’Angelo, ora per il taglio della legna, ora per le cesine (disboscamenti), ora per le cisterne, ora per la raccolta della manna. A tale proposito si veda anche il mio libro: I Grimaldi. Monte Sant’Angelo e il Gargano dalla feudalità all’Unità d’Italia, Bastogi Editrice Italiana, Foggia 2006. Le soluzioni definitive delle vertenze, comunque, spettavano sempre al Sacro Regio Consiglio (S.R.C.), che decideva solo dopo decenni di istruttorie, sopralluoghi, relazioni di esperti e disposizioni provvisorie. Sull’imparzialità di tale tribunale non si possono avere dubbi fondati, anche se lo storico sipontino Spinelli, afferma che i baroni di Monte erano stati favoriti dalla “venalità dei tribunali del Regno”. In realtà  le sentenze del S. R. C. non hanno mai dimostrato una prevalente disponibilità per le ragioni dei baroni, ma hanno, invece, saputo riconoscere la validità delle istanze delle varie parti in causa con molta ponderatezza ed equità.
Dopo quelle con l’Università, le liti più lunghe e più numerose i Grimaldi le ebbero con la Mensa Arcivescovile. Questa, rifacendosi alle più lontane origini, sosteneva che, ad eccezione della Foresta Umbra, appartenente all’Università di Monte Sant’Angelo (su quella di Casiglia accampava diritti di promiscuità il Comune di Manfredonia) e delle terre di privati, tutto il restante territorio apparteneva a quella Mensa. Nel 1627 fu dato incarico all’Uditore Sanguineto di far luce sulla contesa, e nello stesso anno, il barone Filippo Grimaldi, su relazione di quel principe del foro che era il Rovito, ottenne dal Collaterale un decreto a lui favorevole.
Nel 1658 ci fu un accordo fra l’allora arcivescovo Giovanni Alfonso Puccinelli e il barone. L’atto notarile dell’accordo fu stipulato dal notaio Leonardo Prencipe in Monte Sant’Angelo. Le terre assegnate alla Mensa erano ubicate a Mattinatella (100 versure), alle Granelle (30 versure), a Torre di Lupo (40 versure) e a Vignanotica (12 versure). Questo accordo, che sembrava avesse risolto per sempre ogni lite tra il barone e la Mensa Arcivescovile, durò una novantina di anni, fino a quando, cioè, non fu ritenuto inadeguato dalla Mensa, che riprese le ostilità verso la metà del secolo successivo. Dopo varie temperie di offese e di ritorsioni si arriva all’ottobre del 1773, quando il Tavolaro Nicola Schioppa, per incarico del consigliere Nicola Maria Vespoli, dopo mesi di lavoro sul posto, dopo un anno di studio accurato dei documenti, sentenze e decreti, che si erano accumulati dalle origini e dopo l’elaborazione di mappe e carte topografiche, portò a termine la sua relazione. Le conclusioni della relazione del Tavolaro Schioppa furono fatte proprie dal S. R. C., che, nel settembre del 1780, rigettò le richieste della Mensa, giudicando pienamente valido l’accordo Puccinelli, del 1658. Ma non si concludeva, con il superamento delle predette questioni, il giro delle liti. Il riscatto della feudalità, chiesto dal Comune di Monte Sant’Angelo, fece scattare le pretese dei comuni confinanti di S. Giovanni Rotondo e di Manfredonia. Per dirimere le contese fu dato incarico al marchese Vivenzio, il quale fu inviato sul posto con ampi poteri decisionali. Egli si servì della perizia di due agronomi, Pollio e Porpora, che effettuarono, entro il 1801, un’accurata ricognizione di tutto il territorio e redassero delle mappe, con le quali illustrarono le loro relazioni. Per quanto riguarda il comune di S. Giovanni i relatori Pollio e Porpora, proposero, in base alle richieste avanzate, una rettifica di confine, concedendo i territori di Quarto dell’Abete, di S. Egidio e di Pantano. Per quanto riguarda il Comune di Manfredonia, che rivendicava sempre il pieno dominio su quella parte di Casiglia, che, dal Vallone Varcaro saliva alla Montagna, fino al Macerone, attraverso la valle della Molinella, Ruggiano e Campolato, e quindi si riportava alla pianta della città, i periti Pollio e Porpora, ritenendo valide la Platea del Berlingieri, che sanciva a livello ufficiale i confini territoriali di altre città come Vico, Vieste, Carpino, Cagnano, S. Marco in Lamis, rigettavano le pretese del Comune  di Manfredonia. Tuttavia nel 1810 il ripartitore Zurlo, in sede di quotazione, assegnò a Manfredonia tutto il territorio denominato Cozzolete, una parte della zona denominata Montagna, e quella parte della difesa di Casiglia che, dalle adiacenze della città, arriva fino al Vallone di Pulsano tra il mare a sud e le alture a nord. Non le fu concesso il territorio richiesto fino al Vallone di Varcaro, ma le fu assegnato, nel 1812, per interessamento dell’allora sindaco G. T. Giordani, il bosco della Cavolecchia, ritagliato  dal bosco Quarto, della estensione di 320 ettari circa. Così dopo l’operato del commissario Zurlo e del perito Del Pozzo, l’intera superficie del Comune di Monte Sant’Angelo risultava di 31.000 ettari. Essa si estendeva per una trentina di chilometri sul mare, dai pressi di Manfredonia fino al Vallone di Vignanotica, sotto il monte Barone, a poca distanza da Pugnochiuso, e per una trentina di chilometri, in linea d’area dal mare, verso l’interno del Promontorio, il tutto in forma di un quadrilatero, con un’appendice, in forma di corno, che si addentrava profondamente nel territorio di S. Giovanni Rotondo. Questi confini corrisponderebbero precisamente a quelli attuali, se dall’intero territorio non fosse stato staccato quello assegnato a Mattinata, nella parte orientale, per circa 7.000 ettari, dopo che divenne comune autonomo nel 1955. Del territorio boschivo, una parte divenne demanio forestale dello Stato (Umbra, Iacotenente, M. Barone), e una parte costituì il patrimonio del comune (Quarto, Spigno, Umbricchio, Signor Marco, Lama di Milo, Vergone del Luo, Marguara). Di tale patrimonio facevano parte, ovviamente, anche le due grandi difese di Casiglia e di Vota, che originariamente avevano un’estensione complessiva di oltre 5.000 ettari, ma che sono passate quasi integralmente nelle mani dei privati, con usurpazioni e affrancazioni.
Società di Storia Patria per la Puglia

 

Centro Diurno di Accoglienza Monte Sant'Angelo (Foggia)