Il suicidio è un fenomeno che riguarda tutti. Ogni anno circa un milione di persone muore per suicidio: una morte ogni quaranta secondi. Negli ultimi anni i tassi sono aumentati del 60% e il suicidio rappresenta una delle tre principali cause di morte nella fascia di età compresa tra i 15 e i 44 anni, in entrambi i sessi. Questi dati allarmanti impongono una riflessione profonda e un impegno concreto. Per questa ragione nasce l'idea di aprire una rubrica giornalistica dedicata: per informare, sensibilizzare e rompere il silenzio su un tema spesso rimosso trattato in modo superficiale; per offrire uno spazio di ascolto e confronto; per raccontare storie di prevenzione e di rinascita; per fornire strumenti utili a riconoscere i segnali di disagio e orientare verso percorsi di aiuto
La vostra direttrice responsabile Donata DEI NOBILI
Il suicidio: una morte non necessaria
di Matteo Notarangelo*
Perché parlare di suicidio?
Perché affrontare un tema così doloroso, che molti preferirebbero evitare?
Proprio per questo: perché il suicidio non è solo sofferenza, ma anche incapacità di chiedere aiuto. E le parole — a volte — possono salvare, possono guarire.
Il vivere può procurare un dolore psicologico insopportabile. E quel dolore, quando diventa intollerabile, può portare a vedere la morte come l’unica via d’uscita. Il suicidio non è fuori dalla vita: ne è parte, e riguarda tutta l’umanità e le sue istituzioni.
Qualcuno lo ha definito “una morte non necessaria”: un atto che sconvolge familiari, amici, comunità intere. Ma le cause del suicidio sono molteplici, e ridurle alla “vita frenetica” o a disturbi psichiatrici è fuorviante.
Il suicidio è un comportamento complesso, multidimensionale, in cui si intrecciano fattori biologici, psicologici, sociali e culturali.
Nella storia sociale del fenomeno, persiste un pregiudizio: la maggior parte dei suicidi riguardi pazienti psichiatrici. Non è così. Molti di coloro che hanno pensieri suicidari non arrivano mai a compiere il gesto. E oltre la metà dei pazienti psichiatrici non ha mai tentato il suicidio.
Il gesto estremo avviene quando il dolore mentale stravolge la percezione della realtà. È allora che la morte appare come una “soluzione naturale” a un’angoscia senza via di scampo.
Questa condizione non è nuova: in ogni epoca, uomini e donne hanno vissuto, osservato e cercato di comprendere il suicidio. Sacerdoti, sciamani, filosofi, medici e sociologi hanno tentato di coglierne una visione integrata, capace di abbracciare le tante sfaccettature dell’esistenza di chi decide di farla finita.
Eppure, ancora oggi, si tende a semplificare, riducendo tutto ai disturbi psichiatrici e al “rischio suicidario”. Il dolore mentale è certamente un ingrediente, e il gesto è spesso una fuga da quell’angoscia.
Ma se il suicidio è, in molti casi, una risposta disperata a un dolore insostenibile, allora esiste una domanda che non possiamo evitare: possiamo fare qualcosa per prevenirlo?
*Sociologo e counselor professionale