La Romania, tra passato, presente e … verso quale futuro?
Problematiche sociali  |  26 Marzo 2024 9:16  |  Visite all'articolo:152  |  A+ | a-
di Matteo Pio Impagnatiello

L’anno in corso sarà caratterizzato da sfide elettorali che vedranno coinvolti molti Stati del mondo. Tra questi vi è la Romania, dove si andrà a votare per le europee, le politiche, le amministrative e le presidenziali. Il 2024 sarà, pertanto, da un punto di vista elettorale, un anno importante per la politica romena. A sua volta, la Romania osserva con estremo interesse le elezioni negli Stati Uniti, nella Repubblica di Moldavia e nella Federazione Russa. Pochi giorni fa, il presidente rumeno ha ricevuto a Bucarest il segretario generale dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Tra i vari temi toccati, si è discusso del processo di adesione della Romania all’Ocse. Attualmente nelle sue basi militari alloggiano oltre cinquemila militari stranieri, tra cui molti soldati americani, francesi ed italiani. E, si sa, la Romania confina con l’Ucraina, Paese quest’ultimo, da considerarsi oramai come l’estremo avamposto della presenza statunitense nell’est Europa.
 A trentacinque anni di distanza dalla caduta del regime nazional-comunista di Ceauşescu e a diciassette dall’ingresso della Romania nell’Unione europea, appare utile ripercorrere un pezzo fondamentale della sua storia recente, attraverso il saggio pubblicato nel 2018 (Effepi edizioni, oggi distribuito da Edizioni all’insegna del Veltro), a firma di Claudio Mutti, dal titolo Colpo di Stato a Bucarest – Dal golpe alla fucilazione: gli accordi di Malta e la fine di Ceauşescu. Scrive Mutti: «Se nella prima fase del periodo comunista si era potuto parlare ironicamente della Romania come della diciassettesima repubblica dell’Unione Sovietica, la svolta avviata da Gheorghiu-Dej e condotta a termine da Nicolae Ceauşescu mirò a fare della Romania un Paese autonomo, in grado di svolgere una sua specifica ed originale funzione nella politica internazionale, corrispondente alla centralità che ad esso era stata assegnata dalle elaborazioni geopolitiche». Riguardo all’ideale della “Grande Romania”, l’autore aggiunge che nel quadro geopolitico attuale esso «si presta ad essere utilizzato per aprire lo spazio pontico all’ingerenza statunitense e per destabilizzare i territori ad est del fiume Prut». Con Ceauşescu alla guida del Paese, invece, ci si prefiggeva l’obiettivo di liberare la Romania dall’influenza sovietica, senza però passare sotto l’egemonia atlantica. Tuttavia, la visita di Nixon nel 1979 a Bucarest, il contributo dato da Ceauşescu al riavvicinamento cino-americano e la posizione di neutralità assunta dopo l’aggressione sionista contro i Paesi arabi sono casi emblematici del difficile equilibrio in cui si trovava la Romania di allora.
Passaggio interessante è quello che Claudio Mutti riporta a pagina 18 del libro, a proposito della cosiddetta rivoluzione del 1989: «Il ruolo svolto dai servizi segreti sovietici nella “rivoluzione” del 1989 aveva ovviamente lo scopo di recuperare all’egemonia moscovita lo spazio romeno; ma, alla fin dei conti, il sostegno fornito da Mosca al movimento eversivo si risolse in un attivo contributo alla conquista statunitense dell’Europa orientale».
Infatti è in territorio rumeno che la Nato sta costruendo una nuova base militare che, a regime (la sua piena operatività è prevista entro il 2040), sarà la più grande d’Europa. Una volta ultimata, la base Mihail Kogalniceanu, vicino alla città di Costanza – dunque posizionata davanti al Mar Nero  – ospiterà fino a 10.000 tra soldati e le loro famiglie al seguito, superando così quella tedesca di Ramstein sia per dimensioni che per capacità operativa.
Già durante il regime di Ceauşescu, la Romania e gli Stati Uniti firmarono molteplici accordi economici e culturali, tant’è che la Romania entrò a far parte di varie istituzioni economiche e finanziarie internazionali, come la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRD), il Fondo Monetario Internazionale (FMI), l’Accordo Generale per le Tariffe e il Commercio (GATT).
Nel luglio del 1975 “il Congresso di Washington approvò l’accordo commerciale con la Romania e le nuove tariffe entrarono in vigore il 3 gennaio 1976, in applicazione della clausola della nazione più favorita. Grazie alle basse tariffe doganali, le esportazioni della Romania negli Stati Uniti passarono, tra il 1975 e il 1977, da 133 milioni di dollari a 233,3 milioni di dollari. Nel 1985 ammontavano a 949,7 milioni di dollari”, si legge nel libro di Claudio Mutti.
Negli anni a seguire, gli statunitensi subordinarono il mantenimento della clausola sia alla questione dell’emigrazione (maggiore libertà per chi voleva abbandonare il Paese), sia alla questione dei diritti umani (libertà religiosa, liberazione dei dissidenti). Alla Romania tale clausola fu riservata fino al 1988.
Il saggio, contenente lo stenogramma completo del processo ai coniugi Ceauşescu (vi è allegato un dvd), si avvia alla conclusione con uno degli ultimi capitoli intitolato “Chi volle la caduta di Ceauşescu?”. Senza voler svelare i retroscena narrati, l’autore cita una sua intervista del 1992 a Marian Munteanu (capo del Movimento per la Romania e animatore delle manifestazioni di Piazza dell’Università) nel corso della quale Munteanu concordava con la versione secondo cui la fine del Conducator romeno “debba essere ricondotta alla sua volontà di liberare la Romania da ogni dipendenza nei confronti della Banca Mondiale”.
Senza ombra di dubbio, pare essersi avverato quanto aveva previsto Ion Totu, l’ultimo ministro degli Esteri del governo comunista. Nel 1991, egli dichiarava: «Gli eventi del dicembre 1989 facevano parte di un vasto programma di azione degli Stati Uniti e dell’Occidente per destabilizzare l’Urss e gli altri paesi socialisti e per attrarli nella sfera d’influenza del capitalismo; lo scopo principale era che gli Stati Uniti dovevano restare l’unica superpotenza mondiale, che decidesse a proprio piacimento. In questo programma, i progetti concernenti la Romania avevano come obiettivi principali: a) la trasformazione del nostro paese in un avamposto militare, in una base militare nell’Est europeo, ai confini con l’Urss; b) la trasformazione del nostro paese in una semicolonia economica sottoposta agli stimoli e alle richieste del capitale finanziario internazionale».






 
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