Intervista al prof. Paolo Cendon - (Professore ordinario di istituzioni di diritto privato – Università "La Sapienza" di Trieste)

a cura di Donata dei Nobili

Negli ambienti accademici lei è molto noto, ma la gente comune non la conosce abbastanza. Potrebbe dire qualcosa di sé?

Veneziano, laurea in legge a Pavia, a Trieste da trent'anni. Cattedra di Diritto Privato nella Facoltà di Economia. Capelli rossi.
Temi di ricerca: la responsabilità, la famiglia, gli animali, il disagio psichico, i bambini, la cattiveria umana, il danno esistenziale, il suicidio, le parole, i soggetti deboli.

Poco tempo fa (esattamente nel 2003) è uscito un suo libro col titolo "I malati terminali e i loro diritti" nel quale ha dimostrato una grande sensibilità per le persone con malatttie incurabili o in stadi terminali.
Potrebbe dirci cosa l'ha spinta a scrivere di questo argomento?

Un po' il caso.
Abbastanza il ricordo della morte di mia madre; e poi l'impressione che oggi non si combatte il dolore a sufficienza.
L'insofferenza verso le declamazioni mistiche, compiaciute.
Soprattutto l'idea che - riguardo agli infermi - occorrerebbe una nuova umanità: ascolto, gentilezza, partecipazione, rispetto, premura, delicatezza, garbo, qualche tocco di allegria.

Volare bassi: stando sempre dalla parte di chi ha paura, di chi "non ce la fa".

Cosa dovrebbe fare il diritto per i morenti?

Non so come saranno i miei ultimi mesi di vita.
Credo che vorrei essere in grado di sistemare un po' le cose, di sciogliere qualche nodo ancora pendente.
Fare la pace - ad esempio - rileggere l'Antologia di Spoon River, bruciare certe carte, perdonare e farmi perdonare. E poi mantenere le promesse, guardare i bambini che giocano, se occorre vendere o comprare o regalare qualcosa.
Il diritto dovrebbe aiutarmi a fare tutto ciò: l'idea è che l'ultimo chilometro appartiene alla vita, non alla morte, e che occorre poterlo utilizzare al meglio.

Il medico deve informare il malato del suo stato di salute o malattia.
Il paziente, sempre se lo desidera, ha il diritto di non sapere nulla sullo stato reale della sua malattia?

Chi non vuol sapere deve continuare a non sapere. Il medico, chi comanda, è tenuto ogni volta a chiedersi se, in quel certo caso, debba prevalere il diritto all'informazione o non invece - quando è palese che la verità innescherebbe nell'interessato spirali depressive - il contrario: ottimismo, reticenza, microbugie, veli, incoraggiamenti.

Trieste è una città atipica con tanti anziani soli e malati. Come li tutela la legge?

Ospizi, sussidi, un po' di medicine gratis, gli sconti al cinema.
Non è granchè.
Poche zone pedonali in città, pochi soldi; case tristi, troppi paesaggi urbani distrutti di recente con orrendi rifacimenti.
Occorrebbe partire da ciò che un anziano vuole, chiedendoglielo magari: e poi cercare di fornirgli i supporti necessari a realizzare il "suo" progetto.
L'essenziale?
Servizi sociosanitari che funzionino, assistenti preparati, congrui investimenti, amministrazioni pubbliche sensibili e vicine a chi è in difficoltà.

Oggigiorno si pratica molto l'accanimento terapeutico, che aggiunge al dolore primario altre sofferenze inutili e non necessarie.
Come può essere tutelato il malato?

Neanche papa Giovanni Paolo II ha voluto tornare al Gemelli: e non ce lo hanno riportato a viva forza.
Se no sarebbe ancora "vivo", ma come?
Ecco la regola: il morente (che lo voglia, beninteso) ha diritto a non essere tenuto in vita quando ciò lo fa soffrire e basta, senza speranze di recuperi.
Quando poi non ci siano macchine da staccare, il dolore sia invincibile, il paziente non riesca a uccidersi da solo, occorrerebbe - in casi limite - aiutarlo a morire anche attivamente.

Ha ancora qualcosa da suggerire od aggiungere per i nostri lettori?

E' difficile dare consigli.
Io credo nel "diritto alla felicità", intesa come rigoglio, fioritura; bisogna concepirsi come soggetti desideranti, smaniosi.
La mattina uno si alza e pensa: vorrei fare questo, quest'altro, mi piacerebbe telefonare ad Angiolina, mangiare dei folpi, rivedere un vecchio film, uscire con gli amici, aiutare quel gatto.
Bene, fallo; soprattutto organizza liberamente i tuoi bisogni amorosi, in tutti i sensi.
Anche la bontà conta tantissimo.
Ma l'amore spalanca le porte: è un trucco che inventa il cuore (insieme alla pancia) per farci entrare in noi stessi, per farci scoprire cosa siamo.