Dalla Romania - Gli aurolacii, un popolo di ragazzini che abitano il sottosuolo

a cura di Matteo Notarangelo

La vita è strana e non sempre offre le agognate certezze di relativo benessere sociale occidentale.
Nelle città rumene, è facile incontrare per le strade gruppi di ragazzini che ti osservano, con uno sguardo indifferente e stanco, per chiederti un po’ di soldi. Sono gli aurolacii, bambini abbandonati che abitano il sottosuolo.
Chi sono? Da dove provengono?
La maggior parte di loro, appartengano all’etnia Rom, di estrazione sociale bassa, figli di disoccupati poveri urbani.
Abitano le periferie di città e paesi.
Vivono la loro infanzia in famiglie multiproblematiche, imprigionate nelle gabbie della violenza familiare e bagnati dall’umido puzzo di alcol di bassa qualità. Sono figli indesiderati, frutto di amori consumati nelle notti fredde e noiose.
Sono ombre che camminano e cercano di crescere nella marginalità sociale.
Dormono in baracche senza pavimento e senza servizi igienici, ma a loro basta. Anzi, lottano per difendere quello che la miseria concede ed altri uomini cercano di togliere.
Sono bambini senza colpa che crescono in fretta.
A solo sette o al massimo otto anni, riempiono le strade, accalcati tra gente indifferente, presa dagli affanni della vita. Tra queste anonime ombre, toccate dall’angoscia dell’accumulo di oggetti, di beni di consumo per ostentare il loro benessere, ci sono tante piccole mani stese che chiedono un lamentato aiuto economico. Chiedono elemosina e ricevono carità. Faticano per pagare la loro esistenza al mondo. E’ il duro prezzo che pagano ai genitori per posare il loro corpo alla nuda tavola, consumare un'unica, arrangiata pietanza al giorno e dormire in sporchi e freddi giacigli.
Le piccole somme di denaro raccolte dai piccoli bambini, la maggior parte serve per l’alcol e le sigarette dei genitori.
Non mancano a queste piccole “anime morte” i giorni del terrore, la voglia di non tornare a casa, di fuggire.
La rottura dello sfilacciato ed esile legame familiare non attende molti anni, prima o poi accade.
Appena è possibile, i ragazzini fuggono, per non ricevere la quotidiana violenza corporale. “Siamo battuti, lasciati fuori casa con temperature di venti gradi sotto lo zero ”, ripetono. “E’ triste vedere l’indifferenza dei nostri genitori, quando fuori piove o nevica, quando arriva il panno nero della notte che ti insegue e ti spaventa. Ma, poi, passa ed il giorno è peggio della notte. Devi stare attento, fuggire dai conoscenti, aggirare la polizia e procurarti da vivere.
Ma tanto non basta. Nella strada, e nei canali sotterranei devi spaventare e far paura per sopravvivere, ” Inizia una nuova vita. Con tanta paura e rabbia, i piccoli aurolacii si rifuggono, si nascondono nei canali, nel sottosuolo per convivere con i tubi del gas o dell’energia elettrica, i più deboli vanno nelle fogne. L’ incontro con altri sfortunati, con altri perdenti presto si struttura e si trasforma in una fitta ragnatela di conoscenza, dove regna la disciplina al più forte.
Una invisibile società sotterranea con le sue regole e con la sua violenza aggiunta.
In questi luoghi della povertà, si avvia la carriera da aurolacii. Ragazzini che inalano aurolac dalle bustine.
L’aurolac serve a stordirli, ubriacarli, a scaldarli, a riempire lo stomaco vuoto, a farli morire presto. E la morte a loro, non spaventa.
“La droga dei poveri”, la chiamano. E come le droghe dei ricchi, bisogna comprarla e per comprarla bisogna rubare… “ Mi sono nascosto – ci racconta D. – nei canali per non farmi prendere dai miei genitori.
Poi, ho saputo che non mi avevano mai cercato.
Ma se ero stato dimenticato da loro, non mi aveva dimenticato la polizia che mi prese e mi portò in una casa di correzione. Un istituto che mi faceva invidiare coloro che vivevano nei canali sottoterra”. E’ pallido, D., ci fermiamo. Ma lui vuole raccontare, ha bisogno di parlare. Ma il carico emotivo è troppo pesante.
Prendiamo un caffé, fumiamo una sigaretta.
Scherza, prende un pacchetto di sigarette vuoto e mi insegna ad inalare. Poi, mi dice: “Anche tu sei un aurolac”.
Sento un vuoto dentro di me, ma andiamo avanti.
E lui, con rabbia mi dice: “Chi aiuta questi bambini senza colpa che non sanno dove e quando sono nati, come si chiamano e da dove provengono? Allevano ladri, sai, ed usano l’analfabetismo come macchina di produzione.
Chi? La società rumena in particolare, ma anche la vostra società del benessere.” Mi dice, dopo un po’ di tempo, che lui avrebbe voluto lavorare, ma non gli è stato possibile, ogni volta che chiedeva lavoro gli dicevano che era un aurolac.
Poi, un miraggio: la città dell’Europa.