Dall'Albania - Le orme di un anno d'amore

A cura di: Anna Rita Nicoletti

"Più ci avviciniamo a Cristo più le spine della Sua corona ci feriscono. Genoveffa aveva steso il suo corpo perché Cristo vi poggiasse il capo".
L'aereo era appena atterrato all'aeroporto di Tirana.
Tra al folla che doveva prendere il volo successivo Tirana-Bari, c'era Pina (la responsabile della Missione in Albania), che si scalmanava con la mano alzata per farsi notare. Avevamo solo un'ora di tempo per stare insieme.
Ci sedemmo e lei mi parlò frettolosamente di tutto ciò che avevano fatto negli ultimi venti giorni.
La festa della luce era riuscita benissimo. La sera del 24 dicembre avevano acceso il grande falò e tutti intorno si erano scambiati i dolciumi di tradizione italiana e albanese. Poi, si erano recati, in fila, nella nostra Cappella per poggiare sull'altare le candele con i colori dei cinque continenti e a mezzanotte avevano fatto nascere il Bambinello Gesù nei due presepi che avevano preparato precedentemente. Questo coinvolgimento e la partecipazione dei ragazzi, non solo della religione cattolica ma in gran numero della religione ortodossa musulmana, mi avevano stupita.
Mi raccontò pure della festa a sorpresa che le avevano preparato, il 27 dicembre, per il suo compleanno, e le strane tradizioni dei festeggiamenti del capodanno albanese.
Mi illustrò ancora dei balli propiziatori del 6 gennaio e della festa per la chiusura del ramadam, che cade proprio in quel periodo. Parlava, parlava, mostrandomi le fotografie scattate per l'occasione e sottolineandomi le varie attività che i nostri ragazzi avevano svolto e come ognuno di essi partecipasse, con entusiasmo e amore, ai lavori per l'organizzazione giornaliera e la manutenzione straordinaria della struttura.
Con un po' di rammarico, mi disse che le coperte non erano bastate, e lì, le notti erano fredde. Poi, mi consegnò le chiavi mentre l'altoparlante sollecitava di presentarsi ai dovuti controlli.
Presi il taxi e, dopo 4 ore, arrivai a Gjinar.
Il freddo mi investì fortemente e mentre il guardiano della nostra struttura aiutava l'autista a scendere i bagagli, io tremavo come non mai.
Nei quindici giorni trascorsi con i ragazzi, ho vissuto un'esperienza bellissima. Ho meditato come il Signore ha voluto che facessimo questo servizio per farci scoprire che i ragazzi di ogni parte del mondo sono "dolcissimi". Se noi diamo loro un po' d'amore, essi lo ricambiano molte volte.
La missione a Gjinar è stato un dono che il Signore ci ha dato recentemente, per complementare un anno pieno di servizi. Anche qui in Italia abbiamo cercato di raccogliere persone nelle nostre case-famiglia (malati, ragazze-madri, stranieri ed italiani senza fissa dimora), ospiti accolti per un solo giorno, per mesi o per anni.
Ognuno di loro ha arricchito, con la sua storia, il nostro libro umano. Bussiamo ad ogni porta per chiedere coperte e viveri e sentiamo, come loro, la cocente amarezza del rifiuto: vivere per gli altri è condividere anche le mortificazioni.
Però, a volte, la nostra insistenza viene premiata, come in questi giorni.
Dall'Ambasciata italiana in Albania, che ci aveva offerto mesi fa: letti, materassi e coperte in numero ridotto rispetto alle esigenze della struttura, tramite la missione di padre Jack a Tirana, ci ha fatto prevenire altri materassi, letti e lenzuola, dandoci la possibilità anche di accogliere ragazzi in attesa di essere ospitati.
Noi, da parte nostra, cerchiamo di riempire l'insaziabile fame sia fisica sia affettiva.
Pina ha fatto per loro tanti progetti per il 2006: io, socchiudo gli occhi e immagino di vedere la grande figura di Dio Padre che con amore ci benedice.